Non disperare, il Signore ti ama

Photo by Kyre Song on Unsplash
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24 settembre 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,25-27 (Lezionario di Bose)

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.


“Altro è credere che Dio esiste, altro è conoscerlo”. A fare la differenza, un’esperienza di intima frequentazione che rende possibile un abbandono fiducioso e il progressivo aprirsi di orizzonti interiori.

“Se il Signore non concedesse di conoscere nello Spirito santo quanto egli ci ama, l’uomo da sé non potrebbe saperlo”. Sono ancora parole, come quelle del detto precedente, che nascono dall’esperienza, qui come sopra riferita nei suoi scritti da Silvano del Monte Athos, monaco russo canonizzato nel 1987 dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che oggi ricordiamo come figura di santità ecumenica, uomo di attraente mitezza e umiltà.

“Anche noi monaci studiamo la legge di Dio giorno e notte, ma non tutti giungono a conoscere Dio, anche se credono”. Anche se – sembra suggerirci Silvano – professano una fede, hanno Dio sulle labbra e si richiamano a Gesù Cristo, non è detto che ne abbiano una reale conoscenza, una conoscenza trasformativa che li introduce per davvero in una dinamica di fede e di conversione. Già, perché non c’è vera fede senza almeno un principio di conversione, che è mutamento di pensiero e di cuore, uscita dal ragionare mondano e capovolgimento della propria postura interiore (metánoia: cf. Mt 4,17; Mc 1,15).

E in questo l’esperienza è decisiva. Non è detto che renda più conformi a Gesù, mite e umile di cuore; non è automatico che conduca a trovare riposo in lui (cf. Mt 11,29, specialmente caro a Silvano). Può però vagliare la fede e abilitarla a essere spazio in cui conoscere la beatitudine della rivelazione di “queste cose”, cioè i misteri del Regno rivelati dalle azioni di Gesù, secondo il volere di bene del Padre (cf. Mt 13,11; 16,17).

Nell’esperienza si opera dunque un discernimento: vi deve essere qualcosa che sfugge ai sapienti e ai dotti e che invece è rivelato ai piccoli. Gesù l’avrà capito incontrando gli uni e gli altri: egli ha riconosciuto nella sapienza orgogliosa degli uni un ostacolo al decentramento da sé e all’affidamento; e nell’umiltà degli altri la condizione che apre alla fede e alla logica delle beatitudini evangeliche.

Paolo così argomenta: “Sta scritto: ‘Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti’ (Is 29,14). Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1Cor 1,19-21).

Chi, non potendo vantarsi di nulla, vive di fede umile e rinnova il suo affidamento al Signore come bambino in braccio a sua madre, può pregare: “Il Signore è custode dei piccoli, ero misero e mi ha dato la salvezza. Anima mia, ritrova la tua pace, perché il Signore ti ha fatto del bene” (Sal 116,6-7; cf. Sal 131,2).

Ripetiamoci sempre questo versetto, in ogni stagione della vita e particolarmente nei momenti più difficili: quindi non solamente nonostante tutto, bensì dentro tutto, anche qualora ci trovassimo agli inferi, come Silvano che ci esorta: “Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare!”. Sì, non disperare, perché il Signore ti ama.

fratel Fabio