La beatitudine della mitezza

Photo by Scott Webb on Unsplash
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4 ottobre 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,25-30 (Lezionario di Bose)

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»


Oggi, memoria di Francesco d’Assisi, ascoltiamo il vangelo che inizia con l’esultanza di Gesù e la sua benedizione rivolta al Padre per essersi rivelato alle persone piccole e semplici e non a quelle sapienti e dotte. Francesco infatti, per seguire Gesù mite e umile di cuore, cercò con tutto se stesso di vivere quella piccolezza, semplicità e povertà. 

Gesù, constatando che Dio si rivela ai piccoli e non ai grandi – come ne testimoniano le Scritture – esulta e benedice il Padre. Ma in noi suscita profondo stupore il momento in cui avviene: questa benedizione infatti è collocata nello stesso istante in cui Gesù constata dolorosamente il fallimento della sua missione nelle città in cui più aveva predicato e curato. Proprio in quell’istante, dice il vangelo, Gesù prende la parola e benedice il Padre per la verità che gli si è rivelata nello scacco penoso della sua missione, e che, con esultanza, condivide: che Dio si rivela ai semplici e non ai sapienti, ai piccoli e non ai grandi

È grande consolazione e correzione per noi questo vangelo: questo grave fallimento personale, sempre tentazione di scoramento e di mormorazione per noi, è per Gesù evento che lo fa esultare perché vi riconosce anche l’agire di Dio. E così ci insegna a cercare con fiducia una parola di luce in ogni fallimento.

Proseguendo l’ascolto di questa pericope del vangelo, vediamo che solo la prima parte è preghiera di Gesù al Padre; nella seconda parte, Gesù si rivolge ai discepoli rivelando loro che solo il Padre può rivelare il Figlio, e che la missione del Figlio, la sua, è rivelare il Padre.

E poi, nell’ultima parte, ormai illuminato e confermato dalla rivelazione ricevuta nel bel mezzo del suo fallimento, vediamo Gesù obbedire al pensiero che ha appena riconosciuto in Dio. Con nuova forza si rivolge direttamente ai piccoli e ai poveri, che chiama a sé così: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (v. 28). E li invita a partecipare alla beatitudine della mitezza: “Imparate da me la mitezza e l’umiltà che sole consentono ai piccoli e ai poveri, affaticati e oppressi, di trovare riposo, come avviene a me”. 

Ma che Dio si riveli ai piccoli e non ai grandi non è un capriccio di Dio. È piuttosto l’obbedienza di Dio alle sue creature, la sua accondiscendenza alla nostra verità e volontà; è frutto del suo ascolto del grido di ogni vittima e dell’afonia e sordità di ogni sazio. Dio prima ascolta, e poi cerca di essere ascoltato e accolto per potersi rivelare e consegnarci il mistero del regno dei cieli, che però solo i piccoli sanno apprezzare. Le persone che non contano nulla in questo mondo possono attendere riconoscimento, riposo e salvezza solo dal Signore, e per questo il nostro Dio si avvicina e si curva su di loro e a loro si rivela, come dice per sempre l’esodo di Israele dall’Egitto.

E se una persona comprende l’accondiscendenza compassionevole con cui il Signore, per rivelarsi, si è curvato sulla sua irrilevanza e piccolezza, si curva a sua volta su coloro che sono piccoli e irrilevanti per restare in ascolto della parola di Dio, come fece Francesco, testimone luminoso di questo vangelo.

sorella Maria