L’esterno, l’interno

Foto di Anni Roenkae da Pexels
Foto di Anni Roenkae da Pexels

12 ottobre 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,37-41 (Lezionario di Bose

In quel tempo 37mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c'è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro.


L’apertura all’altro senza pregiudizi, il desiderio di prendere parte alla sua vita sono tratti che caratterizzano l’umanità di Gesù, vissute da lui in modo speciale attorno alla mensa condivisa. Per questo egli accoglie senza esitazioni l’invito a pranzo da parte di un fariseo; tuttavia, una volta a tavola, non compie le abluzioni di rito, quel gesto che il fariseo si sarebbe aspettato e che spiega la sua reazione di sorpresa. Una banale dimenticanza? Una trascuratezza? Un atto di scortesia da parte di Gesù? 

La Legge giudaica prescriveva il lavarsi le mani da parte dei sacerdoti prima del servizio liturgico; successivamente questa norma era stata estesa a tutti, prima di mettersi a tavola, con il pretesto che anche il prendere cibo doveva essere considerato un atto religioso.

La preoccupazione di Gesù è altra. Egli sposta l’attenzione da ciò che è esteriore a ciò che è interiore, da ciò che appare a ciò che è celato; ci invita a guardarci dentro, a scrutare le profondità del nostro essere, là dove prendono vita i nostri sentimenti più veri e che corroborano le nostre azioni: “Bada che la luce che è in te non sia tenebra” (Lc 11,35).

Possiamo incorrere in un duplice rischio dal quale il Signore ci mette in guardia. Il primo, ridurre la nostra sequela a un’osservanza di precetti marginali a scapito di ciò che veramente conta. Ogni atto religioso, se non è accompagnato da un’intenzione purificata, rimane solo un fatto esteriore, senza anima. Il secondo rischio è quello dell’ipocrisia e della menzogna: rivestire una maschera e vivere scissi tra ciò che facciamo trasparire all’esterno – come un bicchiere o un piatto ben pulito – e la realtà interna, che dobbiamo riconoscere essere spesso più misera. 

Che cosa allora dà spessore alle nostre pratiche religiose e le rende vitali? Gesù suggerisce di dare “in elemosina quello che c’è dentro”, di condividere quanto possediamo per farne dono all’altro. La giustizia e misericordia, come egli ricorderà nel seguito del discorso, rendono bello e luminoso il nostro cuore perché ci liberano dalla preoccupazione di noi stessi e dal desiderio di possesso: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli … perché là dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12,33-34). “Ed ecco, tutto per voi sarà puro”: saremo cioè in grado di coglierci in una luce diversa in rapporto al Signore, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, ai beni della terra che ci circondano.

“Apprende la vera virtù di donare solo colui che ha sperimentato la propria miseria; per questo, suo è il regno dei cieli, egli diventa umile, disinteressato e impara a donare attingendo dal regno dei cieli” (R. Guardini); infatti, che cosa possediamo che non abbiamo ricevuto? (cf. 1Cor 4,7). Se sapremo ricondurre le nostre parole e i nostri gesti a questa verità interiore custodita nel cuore, allora sperimenteremo che la fede non è questione di atti formali ripetuti per inerzia, ma esperienza di stupore e di libertà.

fratel Salvatore