Dono assoluto

Photo by Susan Wilkinson on Unsplash
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22 novembre 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 21,1-4 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 1 Gesù alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. 2Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, 3e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».


“Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”(Lc 6,20). Credo che possiamo comprendere (prendere con noi) la Parola che oggi ci è rivolta, attraverso la beatitudine enunciata da Gesù, che è chiave di lettura possibile del nostro testo odierno.

Il nostro brano si situa dopo una critica acerba e acuta di Gesù alle persone (qui gli scribi) che utilizzano la religione per crearsi un’identità, anche a scapito dell’insegnamento della Torah sui diritti umani e della stessa relazione con Dio nella preghiera (“pregano a lungo per farsi vedere”, Lc 20,47).

Il nostro brano precede la predizione della distruzione del tempio, come per significare che davanti a Dio le sicurezze “religiose” che siamo capaci di costruirci non raggiungono lo scopo cercato: mascherare la nostra povertà umana dietro a false identità o/e a costruzioni e istituzioni rassicuranti nella loro imponenza.

Gesù, dal basso, dall’ultimo posto alza gli occhi e vede, riconosce una sua sorella, una figlia del Padre. È una persona senza più nessuna sicurezza, né affettiva ⎼ ha perso il marito ⎼, né sociale ⎼ costretta dall’ingiustizia della vita a vivere una povertà totale dovuta alla disgrazia, alla morte, alla solitudine, all’abbandono, alla non riconoscenza, all’invisibilità sociale e alla mancanza del sostentamento vitale ⎼. “Divorano le case delle vedove” (Lc 20,47) dice Gesù nel versetto precedente il nostro brano parlando degli scribi.

Situazione questa che potrebbe suscitare un’amarezza, del risentimento, una rivolta contro Dio ritenuto responsabile ultimo delle sue disgrazie. Certo, non conosciamo il percorso interiore di questa donna, il vangelo ci pone soltanto davanti a un suo gesto. Un gesto eloquente agli occhi di Gesù. Il gesto del dono assoluto: “Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere” (v. 4), in una traduzione più vicina al greco: “tutta la sua vita”. Il vangelo è sobrio, ci mostra attraverso gli occhi di Gesù soltanto un gesto, un moto interiore, che narra una profondità di fede, un cammino umano di purificazione interiore e di umiltà non finta (niente lunghe preghiere davanti a tutti), che toccano Gesù nel profondo. Sembra che questa donna abbia assunto la propria miseria, il suo abbandono, fino al punto di poterli trasformare in povertà libera e in abbandono nelle mani di Dio, nel quale adesso confida interamente persino per il semplice pane quotidiano. È questa povertà che Gesù chiama beata, non il semplice fatto di mancare del necessario. Questo è miseria sociale da combattere. La vedova vive nella miseria ma da questa miseria ha saputo trarre la beatitudine della povertà secondo il regno di Dio, facendo del suo abbandono un dono, quello della fiducia incondizionata a Dio.

Gesù riconosce in lei una sua sorella, una sua maestra di vita, una donna profetica perché conferma il cammino da lui intrapreso. È una figlia di Israele obbediente al cuore della Torah, non è una discepola di Gesù ma nel segreto del Padre partecipa alla beatitudine dei poveri a cui appartiene il regno di Dio. 

sorella Sylvie