L’incontro di due seti

Photo by Shifaaz shamoon on Unsplash
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27 aprile 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 4,1-15 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 1 Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» - 2sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli -, 3lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4Doveva perciò attraversare la Samaria. 5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».


Il Dio di Gesù Cristosi lascia incontrare nella sua sete, come avvenne a Sicar di Samaria, presso il pozzo di Giacobbe, dove Gesù sedette, “affaticato per il viaggio”, e chiese a una samaritana venuta ad attingere acqua: “Dammi da bere” (Gv 4,6-7).

Quaerens me, sedisti lassus, recita un verso di una sequenza medioevale: “Cercandomi, ti sedesti stanco…”, di quella stanchezza che è propria di un Dio alla ricerca dell’uomo. “Dio si è fatto fatica, si è fatto possibilità di affaticarsi diventando uomo, incarnandosi. Ha preso un corpo di fatica (ed anche un’anima di fatica) come un corpo di sofferenza, per amore” (J.-L. Chrétien).

Così, nell’ora più calda del giorno, sotto il sole di Samaria, bisogno d’acqua e desiderio di un volto procedono insieme: “Il sogno d’un pozzo, il dialogo: sostegno d’un istante d’acqua che è stato promesso alla nostra sete eterna. … Tu scruti il suo volto. Ed egli in quel momento va scolpendo il tuo” (E. Jabès).

Il Cristo, pellegrino assetato, ci insegna la sete di quegli incontri che lasciano una traccia nel fluire del tempo: “era circa l’ora sesta” (Gv 4,6), annota l’evangelista, quasi a suggerire che quell’incontro, avvenuto su una terra straniera e inospitale, nella regione dei Samaritani, in un’ora precisa della giornata, verso mezzogiorno, segna uno spartiacque temporale nella vita dei protagonisti, perché la prossimità con il Signore fa passare il nostro tempo umano, personale e interiore da “avanti Cristo” (cioè prima di averlo conosciuto)a “dopo Cristo”(cioè dopo averlo incontrato), anzi a un tempo nuovo, ormai con Cristo, per lui e in lui.

Come annota Agostino, Gesù “chiede da bere, e promette da bere. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, ed è nell’abbondanza come uno che è in grado di saziare”, poiché “in realtà, Colui che chiedeva da bere, aveva sete della fede di quella donna”. E la liturgia della Chiesa, ispirandosi al vescovo di Ippona, canterà il Cristo, seduto presso il pozzo di Sicar, che

chiese alla Samaritana l’acqua da bere,
per farle il grande dono della fede,
e di questa fede ebbe sete così ardente
da accendere in lei la fiamma del tuo amore (Prefazio della III Domenica di Quaresima).

Nella grazia di questo incontro, quella donna straniera – e noi con lei – ha potuto sperimentare come “nei giorni di siccità, la parola è d’acqua e il volto di un amico, la nuvola attesa” (E. Jabès).

Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui”, affermava con audacia poetica Gregorio di Nazianzo, perché Dio desidera essere desiderato dalla sua creatura, desidera che nell’uomo arda la fiamma del desiderio di lui, cioè la “sete di ascoltare la parola del Signore” (Am 8,11). Il Signore desidera il nostro desiderio, per instaurare fra noi e lui la comunione di una reciproca donazione, e ha sete della nostra sete, per dissetarla: è questa la più concreta espressione dell’amore di quel Dio che, in Cristo, va alla ricerca dell’uomo, lo attende e lo attira a sé, “con un’umanità colma della più grande misericordia”, misericordissima humanitate (Agostino).

Il Cristo assetato e capace di dissetare narra con la sua vita la compassione di Dio per gli uomini: “la misericordia coincide con un flettersi del cuore che non abbandona mai ciò che potrebbe perdersi”; il piegarsi dell’Amante sulle ferite dell’amato, infatti, “è una vera e propria passione per il perduto che non deve restare tale”, dato che, agli occhi di Dio, “non c’è mai un esser perduto che non possa ritrovare, prima ancora che lo chieda e se solo lo vuole, il legame con il dono” (G. Palumbo).

un fratello di Bose