Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi

Foto de Amit Shaiwale en Unsplash
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23 maggio 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,22-42 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 22ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore.   27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola». 31Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. 32Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». 33Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi35Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, 36a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: «Tu bestemmi», perché ho detto: «Sono Figlio di Dio»? 37Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; 38ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». 39Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
40Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. 41Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». 42E in quel luogo molti credettero in lui.


Gesù dice: “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore” (v. 26). E’ strano, perché forse ci si aspetterebbe che Gesù dicesse l'inverso: “Voi non siete mie pecore, voi non siete in comunione con me, voi non appartenete alla mia comunità, perché non credete”. E invece no.

Gesù afferma che è il fatto di essere sue pecore che consente ai discepoli di credere. E allora da cosa è dato il fatto di essere sue pecore, come si può essere sue pecore, così da poter credere? “Le mie pecore – soggiunge – ascoltano la mia voce, e io le conosco ed esse mi seguono” (v. 27).

La fede, il poter credere in Gesù e in Dio (cf. Gv 14,1), vale a dire, secondo una mentalità specificamente biblica, il fidarsi di lui, è reso possibile dall’ascolto, dall’accoglienza delle parole di Gesù, un ascolto che genera la consapevolezza del fatto che Gesù ci conosce (“e io le conosco”), cioè ci ha presenti e ci ama, ciascuno singolarmente, chiamandoci per nome (cf. Gv 10,1) e che ci apre alla fiducia di poterlo seguire (“ed esse mi seguono”) su pascoli di vita (cf. Gv 10,9). Allora, e solo allora, per Giovanni è possibile, viene come generata la fede.

La fede/fiducia in Gesù nasce, così, dall’ascolto accogliente della sua parola. La Parola accolta genera la conoscenza di essere conosciuti, di essere amati, e questa conoscenza, questa consapevolezza genera quella fiducia/fede che è apertura a un cammino ancora possibile (“ed esse mi seguono”). La fiducia nel Signore conduce, dunque, i discepoli a camminare dietro a lui; cammino che per la Scrittura è simbolo della libertà della persona (cf. Os 11,3). La fiducia nasce dall’amore conosciuto su di sé grazie alla Parola accolta, e apre alla libertà.

Allora le pecore, i discepoli, conoscono che nessuno può rapirle, strapparle dalla mano amorevole di Gesù e del Padre (cf. vv. 28-29), conoscono che la loro vita e la loro persona sono nelle mani di Gesù e del Padre, mani che custodiscono e proteggono, mani che si prendono cura, mani che raccolgono e che custodiscono nel cammino, mani che portano comunque, nonostante tutte le intemperie che possono colpire, verso un porto di vita e di libertà.

Le intemperie, infatti, non sono risparmiate alle pecore, ai discepoli, così come la seconda parte dell’evangelo di oggi ci dice che non furono risparmiate a Gesù (cf. vv. 31-39), ma il cristiano è chiamato alla fiducia di poterle attraversare restando nelle mani di Gesù e del Padre, mani che non tradiscono, mani fedeli, mani che leniscono le possibili ferite inferte, mani che sono come un’imbarcazione sicura per poter attraversare senza venir meno tutte le tempeste della vita, fino alla dimora nella casa del Padre, dimora che Gesù prepara ai suoi (cf. Gv 14,2-3).

Anche Gesù dimorava con fiducia in queste mani del Padre, così che nell’ora della sua morte sulla croce chinò il capo (cf. Gv 19,30), vale a dire, forse, chinò ancora una volta il capo nelle mani del Padre che lo sostenevano e lo accoglievano, e consegnò, fece dono ai discepoli di quello Spirito (cf. Gv 19,30) che avrebbe donato loro libertà e vita. Per questo, e solo per questo, poiché cioè siamo al sicuro in queste mani, il discepolo di Gesù può non temere (cf. Gv 14,1.27).

sorella Cecilia