“Abbiate fede in Dio!”

ef1f4cfdcca7756c2af2f30a8af4172b.jpg

9 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 11,22-25 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse:22«Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe». 


Non abbiamo mai finito di imparare a pregare. Perché la preghiera è una disposizione della vita, un’apertura dello spirito che si impara come un’arte, un mestiere del cuore. Per questo, riascoltiamo le parole di Gesù sulla preghiera con il cuore umile di chi, come i discepoli, ogni giorno si dispone alla preghiera sapendo di essere sempre un principiante. Ascoltiamo la catechesi di Gesù sulla preghiera che l’evangelista Marco riporta con lo spirito di discepoli che al Signore si rivolgono, ogni giorno, chiedendo: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

Gli “ingredienti” della preghiera che Gesù qui individua per il suo “buon successo” sono due: fede e perdono. Nei pochi versetti del brano evangelico che oggi meditiamo, Gesù individua nella fede e nel perdono i due elementi che rendono la nostra preghiera non vana e sterile ma efficace e feconda: una preghiera, cioè, che “funzioni”. Solo una preghiera così, impastata di fede e di perdono, è feconda, portatrice del buon frutto in ogni stagione della vita: frutto perenne, che quel fico che fa da cornice alle parole di Gesù non ha saputo portare ma che la fede sola può far nascere (cf. Mc 12,20-21).

Per comprendere bene la prima questione, ovvero il legame tra fede ed esaudimento della preghiera (vv. 23-24) occorre – mi pare – iniziare con il comprendere la seconda questione, ovvero il legame tra perdono del fratello e perdono delle proprie colpe da parte di Dio (v. 25). Come può avvenire che io possa perdonare il torto subito da un fratello, e così facendo il mio torto fatto a Dio sia da lui perdonato? Solo assumendo il “sentire” del Padre, che “non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva” (Ez 18,23), e che è sempre pronto al perdono e “conserva il suo amore per infinite generazioni” (Es 34,7). Finché non faccio mio questosguardo di misericordia unilaterale, non potrò perdonare “se ho qualcosa contro qualcuno” (cf. v. 25). Solo questo sguardo mi libera dalla legge del rancore. La preghiera (“quando vi mettete a pregare”: v. 25) è dunque proprio il luogo, lo spazio e il tempo per uscire dalla chiusura del nostro cuore e aprirsi al dono del Padre, affinché sia lui ad aprire il nostro cuore al perdono (“perdonate”: v. 25).

Questa assunzione del “sentire” del Padre – che noi abbiamo conosciuto in maniera personale nello stile di vita del Figlio, nei “sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5) – è il segreto per entrare nella preghiera autentica, quella secondo il cuore di Cristo. Solo entrando nella preghiera con questo cuore, il nostro “chiedere” sarà un “chiedere” secondo il suo cuore, ovvero secondo la sua volontà, e solo così la nostra preghiera sarà efficace ed esaudita, perché la nostra preghiera coinciderà con la preghiera del Figlio al Padre. Questo è ciò che per Gesù significa “avere fede” nell’efficacia della preghiera: significa entrare nel cuore di Dio e avere fede in lui, il solo a sapere ciò che fa il nostro bene, ciò che è bene che ci avvenga, ci accada e sia da noi ottenuto. Fede è dunque sinonimo di spossesso di sé e di abbandono fiducioso al Padre: “Abbiate fede in Dio” (v. 22), e non nelle vostre domande!

fratel Matteo


Iscriviti alla newsletter del vangelo del giorno