Uno Spirito di fiducia

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11 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 14,12-14 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse: 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.


In questi giorni dopo Pentecoste abbiamo meditato i passi dei vangeli che parlano della preghiera. È lo Spirito che suscita in noi la preghiera quando noi non sappiamo neanche cosa chiedere. È lo Spirito a sussurrare al nostro spirito l’unica parola essenziale alla nostra vita: l’invocazione del Padre.

Ma lo Spirito è anche la sorgente della fiducia che rende possibile la preghiera. La mancanza di fiducia è il male più grande del nostro tempo; fiducia negli altri esseri umani, in chi vive e lavora accanto a noi, nelle istituzioni, nella chiesa, fiducia nel futuro possibile, in noi stessi, nelle nostre capacità.

Se saremo docili all’azione dello Spirito, sarà lui a nutrire la fiducia nei nostri cuori abbattuti, sfiduciati, se deporremo le armature con cui ci isoliamo dagli altri, potremo, con l’aiuto dello Spirito, chiedere al Padre ciò di cui realmente abbiamo bisogno. Lo Spirito ci farà entrare in comunicazione con la nostra realtà profonda, ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà le parole dette da Gesù. Nello Spirito che è forza, amore, misericordia, ogni nostra azione e parola potrà divenire riverbero della Parola del Vangelo. Sì! Noi potremo compiere opere più grandi perché il Padre e il Figlio prenderanno dimora in noi. La promessa dello Spirito è per sempre e senza misura.

La fiducia di cui oggi manchiamo è frutto dell’incapacità di una visione prospettica che ci consenta di guardare lontano con speranza. La conoscenza che noi abbiamo dello Spirito è l’amore, la possibilità di abbandonarci nell’amore del Padre. Questa è la speranza più grande che possa sostenere le nostre povere esistenze umane, davanti ai limiti, ai fallimenti, alle cadute, alle nostre quotidiane incapacità di relazione: Dio è più grande del nostro cuore – che ci condanna – e conosce ogni cosa e ci ama così come siamo.

L’amore e la fiducia nella relazione ci danno anche la libertà di chiedere, di manifestare all’altro il nostro bisognoprofondo. A volte chiedere e persino più importante che ottenere perché significa dare nome e voce al desiderio che ci abita, affidarlo all’altro nella speranza che saprà custodirlo come tesoro prezioso.

Lo Spirito ci restituisce la bellezza di questa umanità che abbiamo perso perché rende reale, concreta la presenza del Signore in mezzo a noi e dentro di noi.

La fiducia implica anche la capacità di sapere attendere, di fermarsi e dare spazio e tempo al desiderio. In questo abbandono fiducioso è possibile non pretendere, ma tendere e attendere, perché nel chiedere, nel dimorare, nella conoscenza possiamo sperimentare una dimensione altra dal “tutto e subito” cui ci ha assuefatto questo tempo malato e triste.

È una dimensione dell’attesa, del tempo dilatato in cui fermarci, come l’attesa della nascita di un bimbo, tempo di sogni e speranze, di progetti di futuro, come il tempo in cui si aspetta che l’albero produca il frutto, e la sua dolcezza colmi questa attesa, come il tempo per fermarsi a contemplare un filo d’erba, un raggio di sole attraverso le nuvole e poi… l’arcobaleno, il volo delle farfalle sulla lavanda fiorita.

Questa è davvero l’opera più grande che possiamo compiere, riscoprire ogni istante della nostra vita come prezioso, unico, irripetibile.

Questa è l’azione dello Spirito che nel poco o niente che noi siamo ci fa vedere la bellezza del tutto, un frammento di eternità, di amore fino alla fine.

fratel Nimal


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