Convergere a Lui

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16 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,38-42 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 38mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»


Il nostro vangelo si apre con un plurale: “mentre erano in cammino”, ma subito si concentra su Gesù, il Signore, che entrò in un villaggio “e una donna lo accolse nella sua casa”. Non c’è abbondanza di parole: “lo accolse” basta a dire il dovere, la premura e la grazia dell’ospitalità incarnata da Marta

Poi ecco la sorella, della quale viene detto che ascoltava la parola del Signore, rannicchiata ai suoi piedi. Il cammino del discepolo era riservato agli uomini, eppure qui è Maria a farsi discepola, a mettersi in ascolto. “Ascoltava” indica una durata, immette in uno stare, in un modo, crea un clima

“Invece Marta”, incalza Luca, era come “strattonata”, sballottata dai molti servizi, per il “molto servizio”. L’accento sembra cadere ora su questo “era occupata”: la sua persona era disgregata, dissipata in un molto, un molto che lascia intuire un troppo. 

Di fronte all’ascolto silenzioso di Maria irrompe l’ansia di Marta, divisa interiormente. Marta ci appare figura contraddittoria, molteplice – come ciascuno di noi – che rischia di ridursi, anche ai suoi stessi occhi, a un ruolo, rischia di chiudersi a una o più funzioni, al dover fare. Il problema non è il fare, bensì l’agitazione che causa affanno. La dicotomia non è tra ascoltare e fare ma tra la disposizione all’ascolto e il rischio di restare intrappolati, dispersi in molte cose, troppo “pieni”. 

Forse Marta cerca solo di offrire una buona ospitalità, di essere una buona padrona di casa. Ma ecco lo scacco: Marta si sente sola, o meglio si sente lasciata sola, abbandonata dalla sorella, da colei che avrebbe dovuto esserle di sostegno. 

La immaginiamo tutta presa in cucina e il suo brontolio, la sua insoddisfazione esplode in un rimprovero mosso addirittura a Gesù, l’ospite, nei confronti di Maria. Non avrebbe potuto rivolgere la parola direttamente alla sorella? No, Marta, troppo preoccupata, o forse troppo stanca come a volte siamo anche noi, diventa impaziente e pungente, incapace di mettersi in una relazione alla pari; cerca una parola più autorevole. 

Sembra che Marta si senta doppiamente sola, non compresa: non solo la sorella l’ha lasciata sola a servire ma anche lui, il Signore, non si cura di lei! Marta rivendica la mancanza di riconoscimento, di relazione.

Ed ecco che Gesù calma la tempesta rivolgendosi direttamente a Marta, chiamandola per nome con affetto accorato: “Marta, Marta”. La riporta al tu per tu, alla relazione centrale con lui, il Signore, e in lui e con lui, possiamo immaginare, al rapporto con la sorella. 

Gesù indica la “parte buona”, non la “parte migliore”. Nel testo non c’è alcuna superiorità. Gesù non intende risolvere un problema trovando una soluzione, non fomenta una facile contrapposizione, un’opposizione tra sorelle, ma sembra rivelare qualcosa: la priorità è il convergere a lui; il resto, tutto il resto, è relativo, è comunque un mezzo, il fare come il pregare

Forse si può davvero imparare a servire se prima ci si lascia lavare i piedi. Si può imparare a pregare se si ascolta il Signore e ci si lascia visitare da lui, condividendo con lui anche i nostri affetti.

sorella Silvia


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