Discernimento tra fede e non-fede

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17 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12, 47-50 (Lezionario di Bose)

In quel tempo  Gesù disse ai suoi discepoli : "47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell'ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».


I segni che compie (resurrezione di Lazzaro) e le sue parole operano una “crisi”, un discrimine: ci sono quelli che credono (v. 11) e quelli che non credono (v. 31). Gesù invita i due gruppi ad esercitare un discernimento sulla loro fede o non fede. Li rimanda al Padre (v.50): “Le cose che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me”. Ossia: le mie parole, che sono anche i miei atti, sono quelle del Padre. 

La Pasqua, che è il contesto della festa in cui Gesù parla, è memoria della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, e simbolo della schiavitù del peccato. Il peccato letto non in chiave morale, ma spirituale: la non accoglienza dell’alleanza che Dio ci offre. Il grande discrimine della vita, sembra dire Gesù, è tra chi riconosce e accoglie la liberazione del Padre attraverso le parole e gli atti di Gesù e chi no. Con la Pasqua siamo sempre davanti al mar Rosso: alle spalle il male denunciato e giudicato da Dio, davanti un attraversamento “improbabile” propostoci da un uomo che, con l’autorevolezza del nome di Dio, apre una via: (bastone di Aronne con Mosè che colpisce le acque o parole-atti di Gesù) ciò richiede un’adesione piena, che mette in gioco la nostra vitaattraverso la fede-fiducia. 

Le Scritture ci guidano a un riconoscimento di Gesù come l’inviato del Padre, le cui parole sono consonanti con quelle del Padre. La Torah, nel libro del Deuteronomio mette in bocca a Mosè una profezia: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli un profeta pari a me”. Il Signore dice: “Gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt 18,15.18).

C’è un legame stretto tra parola di Dio e giudizio. Dice il Signore: “Da me uscirà la legge, (parole di Dio), porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza” (Is 51,4). La giustizia di Dio rivela il suo giudizio. Non c’è possibilità di salvezza senza la rivelazione di quello che è male, che porta alla morte, e di quello che è bene che porta alla vita eterna che è relazione: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

La parola di Gesù, che è luce (v. 45) opera un giudizio, fa retrocedere le tenebre, illumina il sentiero verso la salvezza intesa come amore. “Il suo comandamento (amatevi gli uni gli altri) è vita eterna”. Un gesto (resurrezione di Lazzaro) e le sue parole di umile amore (“le cose che vi dico, le dico così come il Padre le ha dette a me”) se sono rifiutate lasciano nelle tenebre, ecco il giudizio che opera la Parola del Signore. “Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce” (Gv 3,19).

Sorella Sylvie


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