Gioia e timore

d58ab81b950d33337724cd6e18a86d43.jpg

24 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 1,57-66.80 (Lezionario di Bose)

In quel tempo57 per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64All'istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.


C’è un timore che coglie “tutti i vicini” (v. 65) di fronte all’azione sorprendente del Signore, un timore che non si accompagna alla paura, ma alla gioia. Sì, vi è un timore santo che è frutto della gioia, dello stupore di fronte alla straordinarietà delle grandi azioni del Signore, il quale sempre si piega sui piccoli e sui poveri per destare in loro e fra di loro vita e salvezza.

Così alla nascita di Giovanni, che sarà chiamato Battista in ragione del suo battezzare. Stupore e timore, stupore che è segno di essere di fronte a un Dio che è e agisce in modo non prevedibile, non incasellabile, un Dio sul quale nessuno può “mettere sopra le mani”, un Dio che sfugge a ogni volontà di possesso e di cattura da parte degli uomini, fosse pure con la loro ragione e con i loro sentimenti.

È la sensazione umile di essere di fronte a qualcosa non solo di inaudito, ma anche di imprevedibile e di sfuggente a ogni controllo, e questo non perché foriero di morte, ma di vita. Un timore non perché si sia di fronte a qualcosa di minaccioso, ma un senso di piccolezza di fronte a un amore che ci sovrasta e che si rivela e si manifesta in modo del tutto inatteso e impensato.

Così, e anche qui per la grande gioia, “un senso di timore era in tutti” i discepoli nella prima comunità cristiana, mentre vivevano in comunione nell’ascolto della Parola e nello spezzare il pane e mentre “prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli” (At 2,43).

Non vi è in essi né nei poveri del Signore che hanno assistito alla nascita e all’imposizione del nome di Giovanni, una gioia urlata, non vi è una festa profanatrice del mistero, che ritenga cioè di poter comprendere, di poter avere in mano, l’evento che si sta compiendo, non vi è la superficialità di chi non sa che il male è sempre in agguato per divorare il frutto e il dono della grazia (cf. Ap 12,4), ma vi è un timore santo che accetta e sa esprimersi di fronte a se stesso e agli altri solo con una domanda, accetta di rimanere nel non conosciuto, accetta, con gioia e stupore grato, il limite del non sapere, del non capire: “Che sarà mai questo bambino?”.

“E davvero la mano del Signore era con lui”; sì, perché la mano del Signore suscita domande, suscita stupore; la mano del Signore si manifesta con azioni imprevedibili, perché le sue vie non sono le nostre vie e suoi pensieri non sono i nostri pensieri (cf. Is 55,8-9). Allora, proprio per la gioia, sorge nei credenti un timore, il senso della santità di Dio, quel senso di timore gioioso e grato che i Salmi attribuiscono ai credenti quando riconoscono che il Signore perdona i loro peccati (Sal 130,4: “Ma presso di te è il perdono, che infonde il tuo timore”).

Perché, di fronte alla salvezza che discende da Dio, timore e non salti di gioia? Perché il timore, questo timore, è percezione di un’alterità insondabile, è rispetto del mistero, è affidamento a un amore in sé non afferrabile; poiché questo timore è un atto di fede e di fiducia, ed è un atto di adorazione, di culto con la propria persona a quel Dio che non cessa, con le sue azioni di salvezza, di sorprendere noi umani, giacché è proprio in questo suo salvare che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37; cf. Lc 18,25-27).

sorella Cecilia


Iscriviti alla newsletter del vangelo del giorno