L’uomo che osa la vita

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11 luglio 2022

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 18,18-30 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 18Un notabile interrogò Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 19Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza». 22Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». 23Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco.
24Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
28Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».


Si dice comunemente, e a ragione, che “un monaco triste è un triste monaco”. Ma potremmo dire, più in generale, che ogni uomo triste è un triste uomo. La gioia, quella vera che scaturisce da un cuore che sa cosa persegue e chi segue, rende l’uomo un uomo, così come la gioia rende il monaco un monaco.

Nel brano che oggi meditiamo, nella festa di Benedetto da Norcia (480 ca-547), padre dei monaci d’occidente, abbiamo il triste ritratto di questo triste monaco e di questo triste uomo (cf. v. 23: “assai triste”; v. 24: “così triste”) che non sa osare la via della vita, pur desiderandola. Ebbene sì, questa è la più grande tristezza: aspirare alla vita, desiderare la felicità, essere a un passo da essa, ma non osare fare quel passo, per paura di perdersi… Quante volte ci troviamo anche noi in questa situazione! La vita ci chiama, e noi restiamo chiusi in noi, per paura di esporci a quella vita che pare voglia strapparci qualcosa mentre ci propone di donarcene il senso pieno

Per Benedetto il monaco, come ogni uomo, è colui “che vuole la vita e che desidera ardentemente vedere giorni felici” (Sal 33 [34],13 VL), l’uomo che desidera vivere una vita piena e felice: una “vita eterna” (v. 18)! Per Benedetto il monaco – così si esprime nel prologo della regola per i suoi monaci (RB) – è proprio quell’uomo descritto nella pagina evangelica che oggi meditiamo: parole che vogliono trasmetterci la “buona notizia” del segreto di una vita piena e gioiosa che solo il “Dio buono” (cf. v. 19) ci rivela. 

Qual è questo segreto per entrare nella vita, ovvero per accedere a vivere una vita degna del suo nome ed essere così uomini degni di questo nome? L’evangelista Matteo, laddove racconta la stessa storia dell’uomo ricco che non osa la vita, pur desiderandola, lo riassume così: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti” (Mt 19,17), quei comandamenti che anche Luca, qui elenca (cf. v. 20). Tutto chiaro e tutto noto a quell’uomo (cf. v. 21). 

Gli manca solo una cosa (cf. v. 22), che Gesù discerne in lui e che discerne in noi: lo slancio del cuore, il salto mortale del dono di sé, il tuffo oltre sé, la vertigine del perdersi. Non basta stare a guardare, occorre buttarsi. E correre, come dice Benedetto: “Dobbiamo correre e compiere ora ciò che può giovarci per l’eternità” (RB, Prol. 44). Per la grande impresa della vita non giovano spettatori, occorrono intrepidi realizzatori dell’impossibile, possibile solo lasciando fare a Dio (cf. v. 27: “Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio”), attaccati solo alla sua presenza che ha camminato con noi e ancora cammina davanti a noi, Gesù (cf. v. 22: “Vieni! Seguimi!”).

Gesù sa chetutto ciò fa paura, lo vede riflesso negli occhi di quell’uomo velati da un’ombra triste. E lo sa anche Benedetto, che esorta i suoi monaci, e noi, a “non tornare … indietro, atterriti per lo spavento, dalla via della salvezza”, ovvero dalla via della vita, “che non si può intraprendere se non con un inizio angusto” (RB, Prol. 48), ovvero con uno slancio coraggioso.

Questa via è già la meta e il premio: una vita più ricca già ora e la promessa di una vita piena per sempre (cf. v. 30). Come dice Benedetto: “Man mano … che si avanza nella vita di conversione e nella fede, con il cuore dilatato nell’inesprimibile dolcezza dell’amore si corre sulla via dei comandamenti di Dio” (RB, Prol. 49), ovvero si corre, leggeri, nella via della vita.

fratel Matteo