Il Padre e i fratelli

ef1f4cfdcca7756c2af2f30a8af4172b.jpg

20 settembre 2022

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 8,19-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 19 andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». 21Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»


La breve pericope odierna segue la parabola del seminatore. Luca precisa “Poiché accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme…”. E alla fine avverte “Fate attenzione dunque a come ascoltate”. Il contesto immediato della pericope riguarda l’ascolto, o – meglio- l’ascolto vero, unito al mettere in pratica quella parola che Dio ci rivolge e che riorganizza le nostre relazioni di fraternità e figliolanza.

In Mc 3,31-35 e in Mt 12,46-50 troviamo lo stesso episodio inserito in un contesto di polemiche, in cui Gesù è accusato di guarire nel nome del capo dei demoni e nelle quali non si accetta di riconoscere in lui l’azione dello Spirito santo. In questo contesto emerge l’interrogativo: da dove viene, di chi è figlio Gesù? In Mt 12,50 Gesù dice “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” e rivendica che padre suo è il Padre celeste e che da questa relazione di figliolanza discende quella di comunione fraterna privilegiata tra quanti cercano di ascoltare e fare la Parola di Dio, relazione che si rivela di sostegno e generazione reciproca.

‘Ascoltare e mettere in pratica la parola’ sono termini che rimandano al linguaggio tipico del Deuteronomio: “Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica”, troviamo all’inizio (Dt 4,1) e, alla fine, il Signore ordina a Mosè: “Radunerai il popolo.. perché ascoltino, imparino a temere il Signore, vostro Dio, e abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge (Dt 31,12). Ugualmente nel Deuteronomio, tra le benedizioni che Mosè invoca sui figli di Israele prima di morire, quella ai leviti inizia così: “A (Levi) che dice del padre e della madre: “Io non li ho visti”, che non riconosce i suoi fratelli e ignora i suoi figli. Essi osservano la tua parola e custodiscono la tua alleanza, insegnano i tuoi decreti a Giacobbe e la tua legge a Israele, pongono l'incenso sotto le tue narici e un sacrificio sul tuo altare” (Dt 33,9-10). Qui si fa riferimento a quanto è narrato in Es 32,26 dopo il peccato del vitello d’oro. Lì Mosè aveva detto: «Chi sta con il Signore, venga da me!» E il testo continua: “Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi”, i quali colpirono quanti non erano stati fedeli all’alleanza con Dio, senza tener conto dei legami di parentela e affetto che ad essi li legavano. Per Israele, il legame privilegiato con Dio passa attraverso l’alleanza e la consapevolezza dell’elezione. Dio è il padre che ha liberato i suoi figli dalla schiavitù (cf. Es 4,22-23; Os 11,1). L’attribuzione del nome “padre” a Dio non è frequente nelle Scritture ebraiche. La si trova sì nei profeti, come grido per richiamare alla fedeltà (cf. Ger 3,4. 19), come invocazione di redenzione nelle ore buie della storia (cf. Is 63,16). Di riflesso, essere figlio comporta l’accoglienza di una consegna e di una alleanza. Il sapere di essere figli è il proprio dell’elezione di Israele, come emerge in un detto dei rabbini attribuito a rabbi Aqiva: “Cari (sono) i figli di Israele, che sono stati chiamati figli di Dio. Ma un amore supplementare è che essi sappiano di essere chiamati figli di Dio, come è detto: ªFigli voi siete per il Signore vostro Dio (Dt 14,1)” (PA. III,17).

Mi sembra che le parole di Gesù: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” rientrino in questa prospettiva, in cui la figliolanza comporta l’accoglienza di un compito nella storia, l’obbedienza a una parola di vita che va realizzata. È a partire dall’idea di un compimento dell’essere umano e della storia, di una speranza legata a una conoscenza ricevuta, che noi possiamo rispettarci gli uni e gli altri e nello stesso tempo stabilire legami nuovi di fratellanza e di trasmissione della vita, perché il dono fatto a ciascuno di noi possa fiorire e portare un frutto di bene nel mondo e nella storia.

sorella Raffaela