Do la mia vita per le pecore

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10 gennaio 2023

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,9-16 (Lezionario di Bose)  

 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 


Oggi facciamo memoria di Gregorio di Nazianzo e di Gregorio di Nissa, due grandi padri della chiesa e pastori. Il primo era l’amico e il secondo il fratello di Basilio, il Grande. Ciò che accomuna i due Gregorio in modo particolare è di aver presieduto come vescovi due chiese importanti, quella di Costantinopoli e quella di Sebaste, in Armenia. Tutti e due hanno pagato con la loro persona la testimonianza all’autenticità evangelica della vita e dell’insegnamento cristiano.

La chiesa ci propone in questa occasione di meditare la pagina giovannea del buon pastore, perché chi nella chiesa è chiamato a guidare una comunità non ha nessun’altro modello se non Gesù, il pastore buono (cf. Gv 10,11-14), l’unico pastore e custode delle anime (cf. 1Pt 2,25).

Le immagini di questo vangelo parlano da sé:

  1. Il buon pastore si impegna a conoscere ognuna delle sue pecore. E anch’egli si fa conoscere a loro. In questa maniera egli tesse un rapporto di fiducia e di affetto con le pecore, che costituisce il fondamento perché il gregge possa trovare unità e spirito di mutua appartenenza.
  2. Il buon pastore è il contrario del mercenario. Quest’ultimo è un impiegato che si impegna finché a lui conviene. Oltre alla mansione definita non sente responsabilità. Il buon pastore, invece, perché comprende sé stesso come un tutt’uno con il gregge, si sente responsabile per la vita delle pecore. Quando c’è una difficoltà o un pericolo non scappa. Come una madre, come un padre, egli si adopera per prendersi cura, per difendere e proteggere ognuna delle pecore.
  3. Gesù utilizza nel discorso l’immagine della porta: il buon pastore è anche la porta delle pecore (cf. v. 7). Una porta serve per aprire e chiudere, per lasciare entrare e uscire. È un’immagine della libertà e dell’accoglienza. Il pastore deve servire la libertà e l’unicità delle persone a lui affidate e deve combattere in tutti i modi contro la tentazione della possessività e del dominio nell’esercizio del suo ministero.

Il messaggio è chiaro: a immagine di Gesù, venuto perché ogni suo discepolo abbia la vita e l’abbia in abbondanza (v. 10), ogni pastore nella chiesa deve operare per lo sviluppo della vita della comunità a lui affidata. Questo si attua essenzialmente nell’accompagnamento a servizio della maturazione umana e spirituale delle persone e nella guida a servizio dell’unità nella comunione.

L’autorità nella chiesa è da Gesù e dal vangelo definita come servizio, un servizio molto esigente, e non un posto di carriera. Sono significativi i passi dove Gesù dice: “Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). E nel quarto vangelo, a conclusione del racconto della lavanda dei piedi, Gesù chiede ai suoi discepoli: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,13–15).

sorella Alice


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