Affidarsi alla vita

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17 gennaio 2023

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,24-34 (Lezionario di Bose)  

In quel tempo Gesù disse " 24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.


“Togli le tentazioni e nessuno si salva”: è un detto di Antonio, di cui celebriamo la memoria liturgica. Disturba nella sua ruvidezza. Esprime però il cuore dell’esperienza spirituale dei padri del deserto. Se la salvezza è l’incontro fra la misericordia concessa gratuitamente dal Padre di Gesù all’essere umano reale, essa deve incontrare e accogliere la complessa e confusa condizione dell’essere umano. Per questo il credente ha bisogno di conoscersi nella propria realtà contraddittoria: per incontrare il Dio di Gesù.

Si può tradurre “tentazioni” con “contraddizioni”. Non ci si comprende né ci si accoglie senza l’esperienza della contraddizione. La si può rimuovere come un disturbo per l’armonia del pensiero o superare come un errore, un incidente di percorso o una tappa. In realtà in essa si fa esperienza della propria insufficienza e precarietà. Si scopre l’ambivalenza di sé e del mondo, l’impossibilità di riportare e restringere le azioni e gli atteggiamenti dell’essere umano nelle maglie di una contabilità semplice. In un altro detto dei padri del deserto leggiamo: “Rimani nella tua cella e la cella ti insegnerà ogni cosa”. Vivere il silenzio e la solitudine, non voler subito risolvere le contraddizioni in noi con un’ansia da efficienza né scadere nella banalità del disagio creativo: semplicemente sostare e resistere in quell’atto “inutile” che è ascoltarsi e lasciare che le voci divergenti in noi emergano, dare un luogo al disordine in noi e all’infrangersi di una certa immagine integerrima, integra e indiscutibile di sé. Che cosa può accadere? Magari scoprire che al di là di questo c’è il mistero di un Padre che è bontà incondizionata per ogni creatura narrato da un Figlio che ha un corpo ferito in eterno, che porta i segni delle contraddizioni ma è giunto a farne segni dell’amore per le creature.

Intuiamo così il senso profondo del vangelo di oggi. Il non affannarsi e gettare uno sguardo diverso sulla realtà a partire dalle cose più effimere non è una rinuncia all’agire, ma il sottrarsi all’idolo del far dipendere tutto da noi, al ritenere il nostro agire la misura di tutto e il senso della vita, della propria vita. Qui si annida l’esperienza dell’affidamento come antitesi alla funzionalità e alla strumentalità: affidarsi a Dio, affidarsi agli altri esseri umani e forse infine affidarsi a quella realtà che chiamiamo vita.

Ricercare il regno e la giustizia di Dio significa allora accogliere il suo accoglierci e lasciarci trasformare da esso: ospitati ospitiamo. Il convivere con le nostre contraddizioni, l’ascoltare le diverse voci in noi che a volte confliggono e ci dilacerano, il vedere l’ombra presente in noi e il cercare di vivere tutto questo nell’amore, a partire dall’amore che ci è donato, crea uno strano luogo di accoglienza per gli altri esseri umani. Come Antonio: le persone lo cercano; egli le ascolta ospitando in sé le loro domande e trova una parola che adattandosi alla loro situazione diventa parola di vita come consolazione, come incoraggiamento o come svelamento dell’illusione in cui si vive.

fratel Davide


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