Dio colma le distanze e tocca le nostre impurità

Foto di Eric Muhr su Unsplash
Foto di Eric Muhr su Unsplash

11 gennaio 2024

Mc 1,40-45

In quel tempo 40venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.


Ecco che Gesù continua a passare di villaggio in villaggio, senza mai lasciarsi trattenere da chi lo vuole chiudere nei propri confini (cf. vv. 37-39). Ed è proprio questo suo continuo sconfinamento a favorire l’incontro con chi è rigettato ai limiti, in questo caso un lebbroso. 

Il lebbroso secondo la Torah era un impuro e per questo era escluso dal culto, dalla comunione con Dio, e anche da quella con gli uomini. Per comprendere il dramma di quest’uomo dovremmo tener conto del fatto che la lebbra non era stigmatizzata solo dagli altri, dal di fuori, ma lui stesso, se aveva introiettato quelle credenze, doveva considerare se stesso “impuro”, come di fatto proclamava di essere davanti agli altri: “Impuro, impuro!” (Lv 13,45). Per questo, tanto più sorprende questa sua parresía nell’accostarsi a Gesù, con parole e gesti accorati. 

Il lebbroso non chiede guarigione ma “purificazione”, ed è proprio questa che Gesù si dichiara disposto a invocare e ottenere per lui dal Padre: “Lo voglio, sii purificato”(passivo divino). Quale che sia la distanza che separa Dio da ciò che gli è contrario o semplicemente non gli appartiene, è Dio stesso a colmarla. È Dio in Gesù a farsi vicino all’uomo toccandolo nelle sue piaghe e risollevandolo alla condizione di figlio e di membro del popolo dell’alleanza. Di fronte al Signore l’uomo – se è sincero – non ha nulla da dimostrare: ciò che gli compete è riconoscere, insieme alla sua impurità costitutiva, l’azione di Dio che lo tocca.

La lebbra fisica è infatti segno tangibile di un’altra lebbra, di un’altra impurità che tutti, indistintamente, ci portiamo dentro. Forse è anche per questo che agli occhi dei guardiani della Legge, scribi e farisei, pieni di impurità nel loro intimo (cf. Mt 23,25-28), la visione della lebbra era così intollerabile: per la sua silenziosa capacità di rivelazione dell’impuritànascosta. Solo Gesù, il puro di cuore, che con la forza della sua viscerale compassione scardina il rapporto tra ciò che è puro e ciò che è impuro (cf. Mc 7,1-23), è capace di sostenere quella visione terribile. Anzi, davanti a lui il riconoscimento della “lebbra”, da criterio di segregazione, diventa criterio di accoglienza e di comunione.

Fin qui il racconto è lineare, ma dopo la guarigione Gesù, invece di sottolineare la fede del risanato come altre volte, ha un fremito di profonda irritazione e, letteralmente, “scaccia” l’uomo, come fa con i demoni, intimandogli di non dir nulla a nessuno. Perché?

Ritorniamo sulla scena. L’uomo ha fatto appello alla volontà di Gesù per essere purificato, ed è riuscito a far breccia nel suo cuore, ma di quella sua volontà, di quali travagli attraversi nella ricerca di una conformità alla volontà del Padre, egli sa ben poco. Curiosamente le parole dell’uomo suonano come un’allusione distorta alle parole di Gesù al Getsemani: “Abbà, Padre, tutto è possibile a te! ... ma non ciò che voglio io, ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). Gesù vuole ciò che vuole il Padre, ma ancora non sa dove questo lo condurrà; sa però che è troppo presto perché il suo dramma sia compreso, e per questo impone il silenzio. 

Il lebbroso però, invece di obbedire alla parola di Gesù, se ne va in giro proclamando e divulgando il fatto” (lett. “la parola”). Verrebbe da dire: si è lasciato prendere dall’entusiasmo! Ma chiediamoci: bisogna rallegrarsi o no di questa sua reazione? Sembra difficile sfuggire all’impressione che un cammino di rinascita iniziato bene sia stato deviato verso la direzione più facile. Marco utilizza la formula quasi tecnica “proclamare la parola”, usata per la predicazione del vangelo, accostandola a un verbo di tutt’altro tenore: “divulgare”, “far pubblicità” (diafemízo), quasi a suggerire che l’uomo, preso dall’entusiasmo del momento che lo vede protagonista, e quasi per un senso di rivalsa rispetto alla situazione precedente, riduce la predicazione evangelica alla reclamizzazione della sua piccola esperienza illudendosi di dar lustro a Gesù. 

Gesù intanto è obbligato a ritirarsi di nuovo fuori città e così prende il posto del lebbroso: sarà lui ben presto colui di fronte al quale tutti “si copriranno la faccia”. È proprio in questa “impossibilità” di Gesù di entrare in città (che anticipa la sua morte fuori dalla città), nel momento stesso in cui l’uomo risanato se ne va in giro a far propaganda, che si misura la distanza tra il vangelo e ciò che spesso noi facciamo del vangelo. Gesù non ci chiede di far propaganda, ma ci chiede di riconoscere e di accogliere la sua salvezza, perché questa, da sola, trasformi le nostre vite.

fratel Luigi