“Alzati e cammina!”

Foto di David Magalhães su Unsplash
Foto di David Magalhães su Unsplash

12 gennaio 2024

Mc 2,1-12   

In quel tempo 1 Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
3Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». 8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico «Ti sono perdonati i peccati», oppure dire «Àlzati, prendi la tua barella e cammina»? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua». 12Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».


La “giornata iniziale” del vangelo (Mc 1,14-45) ha presentato l’attività di Gesù come colui che insegna e guarisce con una “autorità” che viene riconosciuta come speciale e unica, che crea meraviglia ma fa sorgere delle ambiguità.

Il testo di oggi apre una sezione (Mc 2,1-3.6) in cui il tema dominante è l’opposizione a questa autorità da parte dei responsabili religiosi, scribi e farisei. Allo stesso tempo è l’occasione per comprendere e capire in modo più profondo “chi è Gesù” e di pari passo “chi siamo” o come dovremmo essere noi che ci diciamo suoi discepoli. 

Gesù è di nuovo in una casa a Cafarnao e “parla la parola” (2,2). Per la sua notorietà tantissimi sono gli ascoltatori che si assiepano, riempiono ogni spazio compreso l’ingresso: nessuno può più avvicinarsi. Una vera e propria barriera, tanto che le quattro persone che vogliono portare a Gesù il loro amico paralizzato si ingegnano scoperchiando il tetto e calando la barella proprio davanti a lui. Tutto avviene in un batter d’occhio. 

Adesso quell’uomo è davanti a Gesù, al centro dell’attenzione e degli sguardi. Ed è proprio per ciò che vede che Gesù interviene: non c’è una richiesta, non c’è una domanda. Lo sguardo di Gesù coglie l’abbandono fiducioso che i quattro fanno “consegnandogli” il loro amico e vede quell’umanità prostrata e sofferente che nemmeno apre bocca. Gesù stesso allora rivolge la sua parola personalmente al paralitico chiamandolo “figlio” e affermando il perdono dei suoi peccati. 

Non è forse quello che Gesù stesso ha ascoltato dopo il suo battesimo? (cf. Mc 1,11) E Giovanni non predicava “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”? (Mc 1,4). Gesù si fa trasparente alla sua esperienza e relazione con il Padre e diventa colui che desidera trascinare in quella direzione ogni uomo, compreso quell’uomo disteso e bloccato sulla sua barella. Anzi le sue parole ci rivelano che il peccato è proprio quella condizione che diminuisce la nostra umanità, la prostra, la distanzia dall’essere creature che stanno “in piedi” come figli e non piegati come servi. Gesù non si domanda perché quell’uomo è così, non si preoccupa del perché del male, ma ha il coraggio di affermare che quella condizione non è più l’ultima parola sulla vita di quell’uomo. Il perdono, letteralmente “il lasciare andare via” i peccati, è la parola di speranza che apre a una conversione reale. L’uomo se ne andrà, a piedi, da solo, portando quel lettuccio che l’aveva bloccato da chissà quanto. Ritornerà alla sua casa, alla sua vita da persona trasformata. E libera!

È una parola straordinaria: Gesù non lo perdona perché si è convertito, ma lo perdona e questo fa nascere la conversione, appunto trasforma quell’esistenza in qualcosa di nuovo e soprattutto di “vitale”. Nella più assoluta gratuità, nel segno solo di quella fede testimoniata da chi lo ha portato davanti a lui, nella memoria di essere lui stesso, Gesù, un figlio amato dal Padre che squarcia il tetto dei cieli e gli dona il soffio di vita dello Spirito (cf. Mc 1,11).

E l’obiezione degli scribi non è altro che un riconoscimento che quel modo di agire è il modo di Dio, un Dio che è venuto come un uomo in Gesù per cercare e salvare ciò che era perduto, per guarire i malati, per “lasciare andare” i peccati e liberare l’uomo a un nuovo cammino. 

Alla fine tutti sono meravigliati (Mc 2.12). Nel tutti ci sono anche gli scribi? Perché no?

E noi?

fratel Marco


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