Guardate oltre le vostre preoccupazioni

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17 gennaio 2024

Mt 6,24-34

In quel tempo Gesù disse:" 24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.


“Non preoccupatevi”, ripete Gesù per tre volte nel vangelo odierno: la preoccupazione erode energie alla vita, è come un tarlo che a poco a poco scava nel legno e mentre l’esterno che si vede appare ancora sodo in realtà è rimasta solo una sottile pellicola che avvolge il nulla.

In questo frammento del discorso della montagna ci è detto come sfuggire la preoccupazione osservando la vita dei gigli dei campi e degli uccelli del cielo. Gesù altro non fa che guardarsi intorno e riscoprire nella creazione quella madre e maestra di vita che può ricondurci all’essenziale dell’esistenza e al suo senso profondo.

Non è possibile inseguire ricchezza e successo senza portare la zavorra delle preoccupazioni, a meno che non ci si intontisca con uno dei tanti modi possibili che ieri come oggi annientano la nostra e l’altrui umanità facendoci divenire impermeabili a tutto, persino a noi stessi: statue di cera, perfetti all’esterno con dentro il vuoto.

Ricchezza e comunione in Dio sono in antitesi. Egli è Signore della storia, non per merito supremo e per sfarzo e ricchezza divino, ma in forza del suo essere creatore; è onnipotente non per il suo potere ma, nell’amore che ha per l’umanità pensata a sua immagine e somiglianza, è condivisione in Gesù, vita data per tutti.

La ricchezza è opposta a Dio, ricorda Matteo, non conciliabile con Lui,non tanto in sé ma perché comunemente passa attraverso il profitto, quasi sempre attraverso lo sfruttamento dei più deboli e poveri, scavalca i diritti delle minoranze siano: etniche, religiose, politiche. Al posto di Dio sull’altare e nella vita ci sono il denaro e il potere.L’idolo si perpetua: il vitello d’oro non è solo antico ricordo, ma presente e attuale nelle versioni aggiornate e patinate.

Dio segue altre vie, in Gesù Cristo: “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7).Il sostantivo che Paolo utilizza: harpagmos, “privilegio” indica una realtà, conquistata anche con la forza o il furto, che si vuole a tutti i costi conservare per sé. 

Dio ha posto la sua tenda tra di noi, non si è vestito di un manto di ricchezza dissoluta e potere arrogante ma ha scelto un mantello tessuto di gigli e grano, affinché divenga condivisione con il povero, pochi pani e pesci divengono sovrabbondanti per le moltitudini.

La ricerca del regno di Dio non passa attraverso una scalata sociale e di sempre maggiore influenza e potere, ma è fatta di una scala a pioli in legno, che dall’olimpo dove spesso ci collochiamo, ci fa scendere e posare i piedi sulla nuda terra dell’umano. Là sarà possibile scorgere in lontananza oltre la collina fatta di preoccupazioni i “cieli nuovi e terra nuova” nei quali la giustizia avrà stabile dimore.

Antonio del deserto che ricordiamo oggi, abbandona tutto, lascia le preoccupazioni e si incammina alla sequela di quel Gesù. Su quelle tracce, divenute regole di vita, fratelli e sorelle continuano ad attendere il Regno di Dio e con gioie e fallimenti vivono la pena e il dono del giorno dopo giorno.

fratel Michele


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