Tra la beatitudine e la rovina
7 marzo 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 7,21-29 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 21«Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». 23Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!». 24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
28Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
“La sua rovina fu grande”. È sconcertante che si concluda così il primo grande insegnamento di Gesù. Il cosiddetto “discorso della montagna” si era aperto con la beatitudine, ora si chiude con la rovina, proprio come il Salmo 1, la grande ouverture di tutto il salterio: “Beato l’uomo” – canta nel suo primo versetto – “la via dei malvagi va in rovina” – sentenzia alla fine. È così che tanto il salmista quanto Gesù, propongono alla nostra libertà “due vie”, quella della beatitudine e quella della rovina. Si tratta di capire dove ci troviamo. Per questo Gesù ci offre tre criteri di discernimento, per distinguere una via dall’altra.
Il primo è non chiunque dice ma chi fa. Non basta riempirsi la bocca di preghiere e non far altro che ripetere il nome del Signore per camminare sulla via della beatitudine. Bisogna fare la volontà del Padre, dare corpo a quel nome.
Eppure ecco subentrare a turbarci una seconda distinzione: non chiunque fa, ma chi ascolta, chi entra in relazione. Qui rimaniamo spiazzati. Cosa può esserci infatti di meglio che profetizzare, scacciare i demoni e fare miracoli? È mai possibile che chi riceve la capacità di operare questo bene straordinario non sia sulla via della beatitudine? È l’errore di chi ha mangiato all’albero della conoscenza del bene e del male, di chi si illude che ci sia un bene astratto anziché un solo Buono (Mt 19,17); di chi confida in un nome piuttosto di lasciarsi educare, a suon di sorprese, dalla relazione con il Dio vivente.
No, non basta fare il bene per essere sulla via della beatitudine, bisogna impararlo, apprenderlo con pazienza dal Maestro mite e umile di cuore (Mt 11,29).
E non è ancora finita. Gesù aggiunge un terzo discrimine: non chiunque ascolta, ma chi ascolta e fa. Questo passaggio è ancora più drammatico, perché qui la relazione con il Signore c’è, tutti pendono dalle sue labbra come veri discepoli. Qui siamo noi che leggiamo quotidianamente il vangelo e che davvero vorremmo conformare la nostra vita a quella di Gesù, ma ci scopriamo a non farlo, senza nemmeno capirne il perché. Perché sappiamo esattamente cosa dovremmo fare, cosa il Signore personalmente ci chiede, e non lo facciamo?
Per stoltezza – ci rivela Gesù – la stoltezza di chi costruisce sulla sabbia ben sapendo che sarebbe meglio costruire sulla roccia. È una stoltezza che non ha nulla a che fare con l’ignoranza ma piuttosto con la pigrizia, con quel comune buon senso che ci suggerisce di fare meno fatica. È evidente che costruire sulla sabbia è una sciocchezza, ma vuoi mettere quant’è più facile! E cosa vuoi che succeda!
Come controbattere a questa pigra stoltezza? Ce lo rivela il Salmo 1: “Beato l’uomo che nell’insegnamento del Signore trova la sua gioia”. Solo sperimentando, e ricordando a ogni nuova occasione, che la fatica che il Signore ci chiede è fonte di gioia possiamo vincere la stoltezza. Solo un cuore appassionato dalla responsabilità che il Signore gli affida può colmare la distanza tra l’orecchio e la mano.
fratel Gianmarco