Perseverare a immagine del Maestro

Foto di Karim Ben Van su Unsplash
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2 maggio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 10,16-25 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 16«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.23Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un'altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo. 24Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; 25è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!»


“Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (v. 23): questo il versetto chiave e sintesi della pagina del vangelo che oggi leggiamo, nella memoria di Atanasio di Alessandria, padre della chiesa, pastore e testimone della fede ortodossa vissuto nel IV secolo. Meditiamo dunque questa pagina come in filigrana, leggendola attraverso la vita e la testimonianza di chi quelle parole le ha vissute, perseverando fino alla fine nell’obbedienza a quella Parola che è Cristo.

Atanasio ci ricorda che è possibile dare testimonianza al vangelo di Cristo in mezzo alle ostilità – sempre presenti, in diversa forma e grado di intensità, in ogni epoca della storia, fino al nostro oggi – solo restando discepoli, e – soprattutto – ricordando sempre, a ogni passo, di chi siamo discepoli, mai dimenticando di quale Signore noi siamo servi

Lo dice molto schiettamente Gesù qui nel brano che stiamo leggendo: “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore” (vv. 24-25). 

Come lui, anche noi. Come lui, servo sofferente del Signore, anche noi servi che non fuggono la sofferenza per restare fedeli alla relazione con il Signore. Come lui, testimoni dell’amore di Dio nella mansuetudine dell’agnello e non nella voracità del lupo. Come lui, testimoni della prossimità gratuita di Dio per ogni uomo e non nell’aggressività dei potenti e nella violenza degli uomini religiosi quando sono chiusi nella loro sufficienza. Come lui, trasparenza della voce del Padre, nel respiro dello Spirito.

Ma di fronte alla pervasiva ostilità e violenza che Gesù stesso in questa pagina del vangelo ci prospetta senza sconti, quasi spietatamente, come restare saldi, come uscire “vincitori”? Non fuggendo, bensì restando. Non distogliendo lo sguardo, bensì guardando al patire di Cristo. Egli infatti – ci ricorda l’apostolo Pietro – “patì per noi lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme” (cf. 1Pt 2,21).

In una delle sue lettere festali, Atanasio ci ricorda proprio questo: a guardare a come il Signore ha sopportato il male “per mostrare agli uomini come patire”. E così esorta: “L’uomo, che per amore di Cristo si confronta con tutte queste cose”, ovvero le ostilità e le contraddizioni, “finché oppone all’ira la benevolenza, all’offesa l’umiltà, alla malvagità la virtù, ne esce vincitore e potrà dire: ‘Tutto io posso in Cristo che mi dà la forza’ (Fil 4,13) … Questa è la grazia del Signore, questo è l’insegnamento del Signore agli uomini. Lui stesso soffrì per procurare l’immortalità all’uomo che ha sofferto per lui, discese per sollevarci in alto, … scese nella corruzione per rivestire di incorruttibilità ciò che è corruttibile; divenne debole per noi affinché risorgessimo forti; venne verso la morte per donarci l’immortalità … Insomma, si fece uomo perché noi mortali avessimo la vita e la morte non dominasse su di noi. La morte, dico, non ci dominerà” (Atanasio di Alessandria, Lettere festali 10,7-8). 

fratel Matteo


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