Nella tua luce vediamo la luce
12 ottobre 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,29-36 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 29mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona. 33Nessuno accende una lampada e poi la mette in un luogo nascosto o sotto il moggio, ma sul candelabro, perché chi entra veda la luce. 34La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. 35Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. 36Se dunque il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore».
Una lettura frettolosa di questo brano può gettarci nello sconforto: chi di noi può proclamare di non avere alcuna parte di tenebra in sé? Come in altre occasioni, abbiamo bisogno di fermarci sulla Parola per giungere, a poco a poco, a trarne conforto, nutrimento… e luce. Possiamo così ripartire da un dettaglio importante: a illuminarci e a mettere in fuga le tenebre è la lampada.
Quale lampada, però? Dapprima Gesù parla di una lampada da accendere perché sia posta sul candelabro (v. 33); subito dopo, indica “il tuo occhio” come “lampada del corpo” (v. 34). Sarebbe facile fondere queste due lampade in una sola e pensare, di conseguenza, che il mondo si divida in due parti inconciliabili: i buoni e i cattivi. Il passo successivo è breve: perché non rimuovere i cattivi, e non pensarci più (cf. Mt 13,24-30)? Una prospettiva rassicurante per chi rifiuta di vedere le cattive tendenze che porta in sé e le proietta su “gli altri”. Dobbiamo respingere con forza questa tentazione, che a volte si è infiltrata perfino nella Bibbia: si pensi al ritornello che si ripete tante volte nel Deuteronomio, “così estirperai il male in mezzo a te”.
È proprio la metafora scelta da Gesù a fare luce: se oggi per accendere una lampada dobbiamo premere solo un interruttore, ai suoi tempi per la stessa operazione occorreva attingere la fiamma di un’altra lampada e avvicinarla alla miccia. Qualcosa di simile a ciò che viviamo nella Veglia pasquale, quando a partire dal cero pasquale che acclamiamo quale simbolo di colui che è “Luce del mondo” accendiamo i nostri piccoli ceri. In questo caso, la liturgia riesce ad essere segno di una realtà che dovrebbe caratterizzare la nostra vita spirituale: la luce che è in noi non viene da noi, ma è un dono che riceviamo per trasmetterlo a nostra volta. Come? Attraverso i nostri occhi, ci dice Gesù.
Occhi che, di giorno in giorno, captano volti noti e sconosciuti, ambienti a cui siamo tanto abituati da non badarci quasi più e che a volte una luce particolare, magari filtrata da una nube o riflessa da un vetro, ci fa sembrare nuovi. Occhi, ancora, che sono il tramite tra mondo esterno e la nostra realtà interiore. Se questa è popolata da mostri, reali o immaginari, stenteremo a cogliere il bello e il buono che incontriamo e, come la generazione di Gesù, continueremo a chiedere nuove conferme di un amore a cui non riusciamo ad affidarci, o sospetteremo il male dove c’è il bene (cf. Lc 11,14-16).
Ma chi di noi non ha un intimo segnato da qualche memoria sgradita? Nessuno forse, ma l’alternativa proposta da Gesù non è quella di una purezza tanto attraente quanto chimerica. Il contrario dell’occhio cattivo è infatti un occhio semplice (v. 34), che lascia che la luce rischiari le sue tenebre, senza metterla in discussione. Capace di mettersi in viaggio per una meta lontana, come la regina di Saba; in grado di raddrizzare la propria esistenza al semplice annuncio di un profeta sconosciuto, come gli abitanti di Ninive.
Chi riceve così la luce, può diventare a sua volta luce per altre persone. Nella consapevolezza che, come disse Gesù commentando la vicenda di un uomo che si era fidato di lui (cf. Gv 9,1-7), “se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane" (Gv 9,41).
fratel Federico