Interno-Esterno
13 ottobre 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,37-41 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 37mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c'è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».
Gesù accetta l’invito a pranzo da parte di un fariseo e, in maniera provocatoria, si siede a tavola senza avere svolto prima le abluzioni, tipo il lavarsi le mani. Una provocazione che va a segno: il fariseo infatti resta meravigliato del modo di fare di Gesù, del suo disattendere una usanza radicata nella tradizione e rispettata dai farisei, anche se non generalizzata al tempo di Gesù. Meraviglia che fornisce a Gesù l’occasione di focalizzare l’attenzione su un aspetto a lui particolarmente caro, il rapporto ‘esterno-interno’ dell’uomo, l’essere puliti dentro, la purificazione del cuore, e il raccontarlo fuori, con il corpo.
Questo è ciò che conta e l’intervento di Gesù a proposito mira a liberare dall’insipienza (“Stolti”) una parola di saggezza che possiamo intendere rivolta non solo al fariseo e al fariseismo ma alle comunità lucane, ai discepoli del tempo di Gesù e delle generazioni successive, all’umano in quanto tale e a noi lettori di questi versetti. Una breve catechesi sull’interno-esterno in tre momenti, iniziando con il precisare come esso non vada inteso: non in termini di maggiorazione dell’esterno a scapito dell’ interno.
A Gesù è noto il rischio che corre l’uomo religioso di ogni dove, il formalismo ligio all’osservanza di regole e rubriche al fine di acquisire reputazione presso gli altri, chiudendo gli occhi verso il guardarsi dentro, il lavarsi dentro, un interno pieno “di avidità e di cattiveria”. Gesù avverte che nessuno, uomo religioso o meno, può ritenersi esente dal poter essere catturato dal fascino dell’esteriorità: l’apparire, la facciata, il far bella figura, il contare e l’influire, e il religioso e i propri codici di pensiero al servizio della dilatazione dell’ io esteriore, del farsi un nome.
In secondo luogo Gesù puntualizza come esterno-interno debbano essere considerati una realtà unica, uniti e distinti nella reciprocità. Provengono dalla stessa origine: “Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno?”. L’uomo fatto da Dio è un cuore, l’interno, con un corpo, l’esterno: dall’uno emanano pensieri, sentimenti, desideri e voleri, l’altro ne è il racconto visibile.
A questo punto, terzo insegnamento, si pone il problema del discernimento del cuore e del criterio esteriore che ne manifesta la qualità. Il mio, il tuo, il suo, il nostro interno è avido e cattivo o, sottinteso, generoso e buono? Il criterio di valutazione è dato dall’”elemosina”: “Date in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco per voi tutto sarà puro”. L’azione esteriore dell’elemosina, beninteso scevra da ostentazione (Mt 6,1-4), racconta la qualità dell’interiore. Elemosina, in greco ‘pietà’, è condividere, mossi da un pensiero-sentimento di amore, ciò che c'è dentro il proprio piatto, pane e beni, con chi è nel bisogno facendo giustizia. È secondo Dio che il pane sia di tutti, “nostro”. Questo, dice Gesù al fariseo, è l’atto di culto gradito a Dio che rende puri, puliti dentro e fuori: “L’elemosina salva dalla morte e purifica ogni peccato” (Tb 12,9). Di essa Gesù fa l’elogio (Mc 12,41-44), la pratica (Gv 13,29), la esige dai suoi discepoli (Lc 12,33; 16,9); la Chiesa primitiva la respira (At 4,32; 2 Cor 8-9).
Il messaggio è chiaro. Gesù risveglia le nostre coscienze a fuggire l’incanto dell’apparire, a rendere ‘uno’ ciò che viene separato - l’anima dal volto, dalle braccia e dai piedi -, a saperci creature del dono, liberi servi del bisogno e della gioia altrui. Questo diventa possibile là dove si fa spazio a lui e alla sua parola in noi. Tutto a partire da “mani non lavate”.
fratel Giancarlo