I nostri fratelli profeti
15 ottobre 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,47-54 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse: 47«Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. 49Per questo la sapienza di Dio ha detto: «Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno», 50perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo: 51dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito».
53Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.
“A questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti” – tuona Gesù nel terzo e ultimo movimento del suo attacco a scribi e farisei. Sono parole dure, anche per noi. Ci sconcerta sempre infatti ricevere parole così aggressive dalla bocca di Gesù, ma soprattutto, inconsciamente, sentiamo di far parte anche noi di “questa generazione” chiamata a rendere conto. Sappiamo di essere anche noi responsabili del sangue dei profeti, ma spesso non sappiamo nemmeno riconoscerli, i profeti.
Gesù ce ne offre allora due esempi. Curiosamente però non sceglie i celeberrimi Isaia e Geremia, ma Abele e Zaccaria. Il primo ci è noto, ma non certo come profeta, quanto al secondo, la Bibbia intera non gli dedica che due versetti nel Secondo libro delle cronache (cf. 2Cr 24,20-22). Perché mai allora proprio questi due personaggi come prototipi di tutti i profeti? La risposta più ovvia è che entrambi sono stati assassinati. Ma forse c’è di più. Forse dietro l’accostamento di questi due profeti insoliti si cela un insegnamento ben più profondo, che cioè il profeta per noi più vero, e dunque più fastidioso, è il fratello di cui siamo invidiosi.
Di Abele la Scrittura non solo non riferisce alcuna profezia, ma nemmeno una parola. Sarà poi il suo sangue versato a gridare (cf. Gen 4,10). Eppure, per Gesù Abele è il primo profeta dell’umanità, perché il suo semplice esserci, svela a Caino i segreti del suo cuore, gli fa da specchio e gli permette di udire la voce stessa di Dio, che lo invita ad andare al fondo della sua invidia: “Se agisci bene perché mai sei irritato?” (cf. Gen 4,6-7).
E Zaccaria? Di lui sì le Scritture ci conservano una profezia, una sola per la verità, nient’altro che due frasi di ammonimento contro i capi di Israele pronunciate sotto l’impulso dello Spirito di Dio. Eppure tanto basta al re Ioas per farlo uccidere, dimenticando – precisa il testo – “il favore fattogli da Ioiadà, padre di Zaccaria” (2Cr 24,22). Quale favore? Quello di averlo nascosto, protetto e cresciuto come un figlio (cf. 2Cr 22,11). Ciò che il re Ioas pretende di dimenticare è cioè di essere stato allevato dai genitori stessi di Zaccaria, di averlo avuto dunque di fatto come fratello!
È così, tra questi due estremi, che Gesù, ci chiede che intendiamo fare di quel fratello che è per noi un profeta in incognito e di quel profeta che è per noi un fratello misconosciuto. Ci lasceremo vincere dall’invidia e lo faremo fuori? Ci metteremo letteralmente una pietra sopra, fingendo di onorare la memoria di quel buon uomo che altri hanno eliminato per noi, ma guardandoci bene dal raccoglierne la provocazione?
Ebbene, Gesù ci assicura che di quel sangue ci verrà chiesto conto. In che senso? Nel senso che quel sangue lo si cercherà in noi. Non ci verrà chiesto se avremo almeno costruito un sepolcro sul cadavere del nostro fratello profeta, ma se dopo averlo ucciso, pentiti, permetteremo al suo sangue di scorrere in noi, se quanto meno dopo la sua morte ne accoglieremo l’appello, trasformando l’invidia in riconoscenza.
fratel Gianmarco