La condivisione del pane

Vanessa Beecroft, VB65, performance, PAC Milano, 2009.
Vanessa Beecroft, VB65, performance, PAC Milano, 2009.

29 maggio 2016
di ENZO BIANCHI
Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Lc  9,11b-17

In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


Dopo la festa della Triunità di Dio, celebriamo oggi un’altra festa “dogmatica”, sorta a difesa della dottrina, per ricordare la verità dell’eucaristia voluta da Gesù come memoriale nella vita della chiesa fino alla sua venuta gloriosa. Ogni domenica celebriamo l’eucaristia, ma la chiesa ci chiede anche di confessare e adorare questo mistero inesauribile in un giorno particolare (il giovedì della II settimana dopo Pentecoste per la chiesa universale, la II domenica dopo Pentecoste in Italia). Facciamo dunque obbedienza e commentiamo mediante un’esegesi liturgica il brano evangelico proposto dal Messale italiano.

Il cosiddetto racconto della “moltiplicazione dei pani” è attestato per ben sei volte nei vangeli (due in Marco e in Matteo, una in Luca e in Giovanni), il che ci dice come quell’evento fosse ritenuto di particolare importanza nella vita di Gesù. Nel vangelo secondo Luca, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la venuta del regno di Dio e a guarire i malati (cf. Lc 9,2), mostrando che la missione affidatagli da Dio con la discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,21-22), rivelata nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,18-19), era da lui estesa anche alla sua comunità. Compiuta questa missione, i discepoli fanno ritorno da Gesù e gli raccontano la loro esperienza, quanto cioè avevano fatto e detto in obbedienza al suo comando.

Gesù allora li prende con sé, portandoli in disparte per un ritiro, in un luogo vicino alla città di Betsaida (cf. Lc 9,10). Ma le folle, saputo dove Gesù si era ritirato, lo seguono ostinatamente (cf. Lc 9,11). Ed ecco che Gesù le accoglie: aveva cercato un luogo di silenzio, solitudine e riposo per i discepoli tornati dalla missione e per sé, ma di fronte a quella gente che lo cerca, che viene a lui e lo segue, Gesù con grande capacità di misericordia la accoglie. È lo stile di Gesù, stile ospitale, stile che non allontana né dichiara estraneo nessuno. Queste persone vogliono ascoltarlo, sentono che egli può dare loro fiducia e liberarle, guarirle dai loro mali e dai pesi che gravano sulle loro vite, e Gesù senza risparmiarsi annuncia loro il regno di Dio, le cura e le guarisce. Questa è la sua vita, la vita di un servo di Dio, di un annunciatore di una parola affidagli da Dio.

Giunge però la sera, il sole tramonta, la luce declina, e i Dodici discepoli entrano in ansia. Dicono dunque a Gesù: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta!”. La loro richiesta è all’insegna della saggezza umana, nasce da uno sguardo realistico, eppure Gesù non approva quella possibilità razionale, ma chiede loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Con questo comando li esorta a entrare nella dinamica della fede, che è avere fiducia, mettere in movimento quella fiducia che è presente in ogni cuore e che Gesù sa ravvivare. Ma i discepoli non comprendono e insistono nel porre di fronte a Gesù la loro povertà: hanno solo cinque pani e due pesci, un cibo sufficiente solo per loro!

Ecco allora che Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sedere tutta quella gente ad aiuola, a gruppi di cinquanta, perché non si tratta solo di sfamarsi, ma di vivere un banchetto, una vera e propria cena, nell’ora in cui il sole tramonta. Poi davanti a tutti prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, come azione di preghiera al Padre, benedice Dio e spezza i pani, presentandoli ai discepoli perché li servano, come a tavola, a quella gente. È un banchetto, il cibo è abbondante e viene condiviso da tutti. Quelli che conoscono la profezia di Israele, si accorgono che è accaduto ciò che già il profeta Eliseo aveva fatto in tempo di carestia, nutrendo il popolo affamato a partire dalla condivisione di pochi pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44). Lo stesso compie Gesù, e dopo il suo gesto avanza una quantità di cibo ancora maggiore: dodici ceste. Nel cuore dei discepoli e di alcuni dei presenti sorge così la convinzione che Gesù è profeta ben più di Elia e di Eliseo, è profeta anche più di Mosè, che nel deserto aveva dato da mangiare manna al popolo uscito dall’Egitto (cf. Es 16).

Ma qui viene spontaneo chiedersi: cosa significa questo evento? Normalmente si parla di “moltiplicazione” dei pani, ma nel racconto non c’è questo termine. Dunque? Dovremmo dire che c’è stata condivisione del pane, c’è stato lo spezzare il pane, e questo gesto è fonte di cibo abbondante per tutti. In tal modo comprendiamo come ci sia qui una prefigurazione di ciò che Gesù farà a Gerusalemme la sera dell’ultima cena: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Lc  22,19). Lo stesso gesto è ripetuto da Gesù risorto sulla strada verso Emmaus, di fronte ai due discepoli. Anche in quel caso, al declinare del giorno, invitato dai due a restare con loro (cf. Lc 24,29), “quando fu a tavola, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc  24,30). Tre episodi che recano lo stesso messaggio: le folle, la gente, il mondo ha fame del regno di Dio, e Gesù, che ne è il messaggero e lo incarna, sazia questa fame con la condivisione del cibo, con lo spezzare il suo corpo, la sua vita, offerta a tutti.

Ecco il mistero eucaristico nella sua essenza: non lasciamoci abbagliare da tante e varie dottrine eucaristiche, ma accogliamo il mistero nella sua semplicità. Cristo si dà a noi ed è cibo abbondante per tutti; una volta spezzato (sulla croce), può essere offerto dalla chiesa, da noi, a tutti coloro che lo cercano e tentano di seguirlo. Se è vero che la dinamica dello spezzare il pane e del condividerlo trova nella celebrazione della santa cena eucaristica un adempimento, essa però è anche paradigma di condivisione del nostro cibo materiale, il pane di ogni giorno. L’eucaristia non è solo banchetto del cielo, ma vuole essere esemplare per le nostre tavole quotidiane, dove il cibo è abbondante ma non è condiviso con quanti hanno fame e ne sono privi. Per questo, se alla nostra eucaristia non partecipano i poveri, se non c’è condivisione del cibo con chi non ne ha, allora anche la celebrazione eucaristica è vuota, perché le manca l’essenziale. Non è più la cena del Signore, bensì una scena rituale che soddisfa le anime dei devoti, ma in profondità è una grave menomazione del segno voluto da Gesù per la sua chiesa!

Con la condivisone dei pani e dei pesci insieme alle folle Gesù inaugura un nuovo spazio relazionale tra gli umani: quello della comunione nella differenza, perché le differenze non sono abolite ma affermate senza che, d’altra parte, ne patisca la relazione segnata da fraternità, solidarietà, condivisione. Sì, dobbiamo confessarlo: nella chiesa si è persa quest’intelligenza eucaristica propria dei primi cristiani e dei padri della chiesa, vi è stato un divorzio tra la messa e la condivisione del pane! E se nel mondo esiste la fame, se i poveri sono accanto a noi e l’eucaristia non ha per loro conseguenze concrete, allora la nostra eucaristia è scena religiosa e – come direbbe Paolo – “il nostro non è più un mangiare la cena del Signore” (cf. 1Cor 11,20). Proprio davanti all’eucaristia cantiamo l’inno che afferma: “Et antiquum documentum novo cedat ritui” (“l’antico rito ceda il posto alla nuova liturgia”), ma in realtà restiamo ingabbiati nei riti e non riusciamo a fare dell’eucaristia la vita cristiana.


Vanessa Beecroft, VB65, performance con 20 immigrati, tavolo di vetro, pezzi di pollo arrosto, acqua, PAC Milano, 2009, performance svoltasi lunedì 16 marzo 2009 per circa tre ore.

e8fe75530259614888f0b26a073e56e2.jpgVanessa Beecroft è italiana, ma vive e lavora in America. VB65 mette assieme le sue iniziali e il numero progressivo delle azioni che propone al pubblico.

Questa azione si è svolta in Italia, a Milano presso il Padiglione per l’arte contemporanea. Entrando nella sala ci si trovava di fronte a 20 uomini africani seduti a tavola. Bisogna guardare bene per scoprire i tanti significati che questa azione possiede. Innanzitutto i venti commensali sono disposti da un solo lato della tavola, questo riporta subito alla mente la posizione dei partecipanti nell’iconografia dell’ultima cena. Il tavolo è di vetro, completamente trasparente per permetterci di puntare il nostro sguardo sui venti uomini e su ciò che stanno facendo. Siamo ospiti, ma non siamo stati invitati: siamo solo osservatori e non commensali.

Non ci sono sedie in più per noi, ma siamo distanti, obbligati solo a guardare. Vanessa Beecroft ha volutamente scelto i 20 commensali tra gli immigrati dei centri di accoglienza di Milano. Loro, che noi non inviteremmo a cena e che abbiamo reso poveri mangiando le risorse dei loro paesi, ora sono i padroni della tavola e possono mangiare davanti a noi. La regola imposta da Vanessa Beecroft ai venti commensali era che durante l’azione non interagissero in nessun modo né tra di loro, né tantomeno con i visitatori, il tutto doveva svolgersi in silenzio.

BeecroftMa affiniamo ancora il nostro sguardo: sulla tavola ci sono pezzi di pollo arrosto, ma mancano posate e piatti, c’è acqua, ma non i bicchieri. I commensali mangiano avidamente con le mani, rompendo i pezzi di carne con i denti: gesti brutali a sottolineare la fame, ma anche l’animalità alla quale siamo ridotti noi che vediamo e loro che sono guardati. Vanessa Beecroft vuole portare la nostra attenzione sul “possedere” avidamente senza tener conto di chi ci è accanto e di chi ci sta di fronte. E sono proprio loro “i vinti” a metterci in faccia queste nostre azioni.

Osserviamo ancora: se da lontano questi uomini ci sembrano ben vestiti in realtà avvicinandoci notiamo che alcuni non hanno le scarpe, che altri indossano abiti di due taglie più grandi, alcuni non hanno la camicia oppure il loro vestito è sporco. Rivelano la loro povertà anche se l’azione che stanno svolgendo li presenta come padroni della scena.

Non ci sono né vincitori, né vinti, ma solo uomini e donne incapaci di sedersi alla stessa tavola per condividere, di fare comunione con ciò che hanno illudendosi che quello che hanno accaparrato li salverà.

Questo lavoro è un monito per ogni credente a condividere, a non afferrare ciò che ha davanti incurante di coloro che sono accanto a noi, per fare davvero dell’eucaristia una forma di vita e non soltanto un rito.