Condividere la ricchezza ingiusta

Marinus van Reymerswale, L’amministratore disonesto, 1540, olio su tavola di quercia, 77 x 96,5 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna
Marinus van Reymerswale, L’amministratore disonesto, 1540, olio su tavola di quercia, 77 x 96,5 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna

18 settembre 2016
XXV domenica del tempo Ordinario anno C

di ENZO BIANCHI

Lc  16,1-13

In quel tempo Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Non potete servire Dio e la ricchezza
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».


Ci sono parabole di Gesù ben costruite e con un messaggio evidente, altre invece più contorte, meno lineari, il cui messaggio va cercato con cura e intelligenza. In questo capitolo 16 del vangelo secondo Luca ci troviamo di fronte a due parabole riguardanti il denaro, la ricchezza, proclamate una in questa domenica e una nella prossima (Lc 16,19-31).

Certamente la parabola odierna, quella dell’economo ingiusto, disonesto, che non agisce con rettitudine, può sembrare scandalosa, per il lettore superficiale può addirittura risultare immorale, ma occorre fare attenzione e discernere il vertice teologico presente nel racconto: allora lo si capirà in fedeltà all’intenzione di Gesù. Cerchiamo dunque con umiltà di faticare per arrivare a comprendere anche questo brano in modo evangelico.

Un uomo ricco ha un economo che ne gestisce gli affari, ma tutt’a un tratto quest’ultimo risulta essere un dissipatore dei suoi beni. Allora il padrone lo chiama e gli chiede: “Che cosa sento dire di te? Rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più essere mio economo!”. È qualcosa che accade abbastanza spesso, perché la tentazione dell’ingiustizia, del pensare a se stessi e del non essere responsabili di una proprietà altrui è facile e ricorrente. Ma come reagire quando si viene scoperti? Qui l’economo, di fronte alla minaccia del padrone e alla prospettiva di perdere il lavoro, si mette a ragionare, a pensare al suo futuro. Egli medita tra sé: “Che cosa farò? Lavorare la terra? Non so farlo, non ne ho più la forza. Mendicare? Mi vergogno”.

Ed ecco che nel suo dialogo interiore giunge a una soluzione: farsi amici alcuni debitori del suo padrone, per poter contare su di loro. Ma deve fare tutto prestissimo, per questo convoca subito i debitori. Al primo domanda: “Quanto devi al mio padrone?”. Quello risponde: “Cento barili d’olio”. Ed egli replica dimezzandogli il debito: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. A un altro, che deve cento sacchi di grano, l’economo ne condona venti. Ecco una vera frode, una condonare i debiti senza l’autorizzazione del padrone, una palese ingiustizia! Eppure il padrone, venuto a conoscenza dell’inganno operato ai suoi danni, si congratula con l’economo disonesto, che secondo Gesù fa parte del mondo delle tenebre, ne è figlio, dunque è un figlio di Satana, il quale combatte i figli della luce che vivono nella giustizia.

Allora perché l’elogio, le congratulazioni? Per l’azione ingiusta? No, ma per la capacità di farsi degli amici, donando e condividendo proprio quella ricchezza ingiusta. Così quell’economo ingiusto non dissipa più i beni di cui è amministratore, ma li onora, condividendoli con quanti non hanno nulla. Ecco dove sta la buona notizia, il vangelo: ciò che è urgente, l’azione buona, è distribuire il denaro di ingiustizia ai poveri, non conservarlo gelosamente per sé. Proprio queste parole di Gesù vogliono essere buona notizia per i ricchi, perché ora sanno come devono amministrare i beni non loro: distribuendoli a tutti.

Attenzione, in questo racconto e nel successivo commento di Gesù compare per ben cinque volte il termine ingiustizia/ingiusto (adikía/ádikos) per definire l’economo e la ricchezza, Mammona. L’ingiustizia è dunque denunciata e condannata: non c’è altra via di giustizia se non quella di donare la ricchezza condividendola con i poveri, quelli che sono beati e ai quali è promesso il regno di Dio (cf. Lc 6,20). Il denaro resta “Mammona di ingiustizia”, definizione presente anche negli scritti di Qumran, che ne proclama l’iniquità radicale. Lo sappiamo bene: il denaro inganna, incanta, seduce, dà falsa sicurezza, ruba il cuore e diventa il tesoro prezioso nel quale si confida (cf. Lc 12,34; 1Ti 6,17). È vero che il denaro è solo uno strumento, ma di fronte a esso occorre vigilare, per donarlo, distribuirlo, condividerlo. Se infatti lo si accumula e lo si trattiene per sé, finisce per essere alienante: non è più posseduto, ma è lui a possedere chi lo ha nelle proprie mani!

Proprio per questo nel vangelo secondo Luca c’è una grande rivelazione fatta dal demonio stesso a Gesù al momento delle tentazioni nel deserto: “A me è stata data tutta questa ricchezza” – data da Dio, potremmo dire – “e io la do a chi voglio” (cf. Lc 4,6). Sì, chi accumula ricchezze è un amministratore di Satana, lo sappia o meno; per questo nella nostra parabola l’uomo ricco che dà in gestione all’economo molti beni può essere figura del demonio. L’unico modo per sfuggire alla schiavitù satanica è distribuire, donare il denaro, i beni, condonare i debiti: il denaro accumulato è sempre sporco, per ripulirlo basta condividerlo!

Il cristiano sa dunque che c’è un Mammona con la maiuscola, un idolo forte e seducente che può diventare un Kýrios, un Signore, rendendo servo e schiavo chi ne è amministratore. Il discepolo di Gesù – come ricorda chiaramente Gesù stesso – non può servire due padroni, ma è posto di fronte a una scelta:

o amare e servire uno, o amare è servire l’altro;
o ripudiare uno, o ripudiare l’altro,
perché i due padroni sono antitetici, sono concorrenti nel richiedere fede-fiducia.

Al termine di questa riflessione, possiamo guardare all’orizzonte del Regno, dove ci può attendere la grande comunione degli amici nella vita eterna. Ci accoglieranno con amicizia tra loro proprio i poveri, quelli che ci siamo fatti amici qui sulla terra giorno dopo giorno con la danza del dono e l’esercizio della condivisione. Non saremo soli, ma saremo una comunione di amici, se nell’amicizia ci siamo esercitati qui e ora, donando e accettando i doni.


Marinus van Reymerswale, L’amministratore disonesto, 1540, olio su tavola di quercia, 77 x 96,5 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Intero

Marinus van Reymerswale è un pittore che ha subito l'influenza di due grandi maestri: Metsys e Durer. Il suo modo di dipingere risente del loro lavoro. Questa tavola precede un lavoro che abbiamo già analizzato quello di Pieter Aertsen del quale condivide il chiaro riferimento ad un passo evangelico e la narrazione effettuata utilizzando diversi piani prospettici. Ma andiamo con ordine per cogliere alcune delle idee che soggiaciono a questo lavoro. La scena è dominata da due personaggi che occupano gran parte della tavola, notiamo che dietro uno di essi si apre però una finestra con una ulteriore scena. 

Composizione

Osservando la composizione notiamo come i due protagonisti principali, l'uomo ricco seduto e l'amministratore in piedi sono inquadrati dalle linee prospettiche principali (segnate in giallo). I due personaggi sono inscritti nella quadratura principale della tavola avendo sia al di sopra che al di sotto delle "nature morte" che richiamano alla natura del loro rapporto: il denaro. Infatti sia nella fascia superiore che in quella inferiore sono dipinti contratti e carte di debito. Queste carte hanno un andamento che si definisce "nervoso" ovvero segnato da linee spezzate e contorte (linee verde chiaro). Questo espediente ottico serve a dare a noi osservatori un senso di nervosismo, le linee non sono morbide e concilianti, ma spezzate e taglienti.

Il padrone, rappresentato in maniera espressiva attraverso l'uso di due colori complementari il rosso della veste e il verde del cappello (così come l'amministratore che presenta gli stessi colori , ma con il verde dominante) sta chiedendo conto all'amministratore del suo operato. Van Reymerswale ci presenta due espedienti per narrarcelo: il primo è il gesto chiaro della mano del padrone che indica il tavolo e chiede ragione. Il secondo è il quadretto appeso al di sotto della "finestra" che si apre dietro ai personaggi (rettangolo in rosso). In questa tavoletta troviamo scritto: "luce. XVI. Redde. ratione(m). villicatio(n)is. tue. ia(m) eni(m) no(n). poteris" ovvero l'abbreviazione del testo latino "Redde rationem vilicationis tuae; iam enim non poteris vilicare” del versetto di Luca  16,2 "Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare". Il riferimento alla parabola è esplicito.

Il personaggio che fa da ponte tra questa scena e la scena che avviene all'esterno (nel rettangolo verde) è l'amministratore. 

Nella scena esterna viene di nuovo rappresentato l'amministratore intento, subito dopo essere stato richiamato, a condonare i debiti dei creditori del suo padrone per poter avere un futuro da loro. Vediamo infatti un creditore intento a riscrivere il suo debito e un altro che consegna il foglio per verificare quanto ottenere di sconto.

Il lavoro di Marinus van Reymerswale è fortemente influenzato dai problemi sociali relativi alla Riforma infatti ha dedicato molti lavori a soggetti quali gli esattori e la chiamata di Matteo al banco delle imposte. In questa tavola il richiamo ad un retto rapporto con il denaro è segnato dalla gestualità dei due personaggi: al gesto del padrone che indica la terra e mammona / denaro, si contrappone il gesto contrario dell'amministratore che indica il cielo (linee blu) e guarda verso l'opera che sta compiendo di condono. La piccola tavola dipinta da van Reymerswale aveva e ha il compito di richiamare l'occhio dell'osservatore a decidere: da che parte stai? Chi hai come padrone? Dio o la ricchezza?

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