Un Dio dei viventi, non dei morti!

Marina Abramovic e Ulay, Relation in Time (Relazione nel tempo), performance della durata di 16 ore, 1977, presso Studio G7 di Bologna.
Marina Abramovic e Ulay, Relation in Time (Relazione nel tempo), performance della durata di 16 ore, 1977, presso Studio G7 di Bologna.

6 novembre 2016
XXXII domenica del tempo Ordinario anno C

di ENZO BIANCHI

Lc  20,27-38

In quel tempo si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcunoche ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».


Giunti quasi al termine della lectio cursiva del vangelo secondo Luca prevista dall’annata liturgica C, oggi ascoltiamo un brano evangelico che riguarda la morte, tema decisivo e inevitabile per tutti gli umani, quindi anche per i discepoli di Gesù.

Gesù è ormai entrato nella città santa di Gerusalemme (cf. Lc 19,28-38) e nei suoi ultimi giorni durante la sua predicazione è interrogato da quelli che lo ascoltano. Nel nostro testo è il caso di alcuni appartenenti al movimento dei sadducei, una porzione del popolo di Israele essenzialmente clericale, legata al sacerdozio. Profondamente conservatori e tradizionalisti, essi praticavano una lettura fondamentalista delle Scritture sante, tra le quali privilegiavano la Torah (il Pentateuco), mentre non consideravano rivelativi i profeti e gli scritti sapienziali. E proprio perché nella Torah, mediante una sua interpretazione letterale, non si trova la resurrezione dei morti quale verità da credere, i sadducei la rigettavano, a differenza dei farisei e degli esseni, che invece la professavano come destino ultimo dei giusti.

Per mostrare l’assurdità di tale fede nella resurrezione del corpo dalla morte, questi sadducei pongono a Gesù un esempio ridicolo e assurdo, che pare demolire la convinzione che anche Gesù e i suoi discepoli condividevano con gli altri figli di Israele. Essi fanno ricorso alla legge del levirato, presente nella Torah (cf. Dt 25,5-10), che autorizzava un uomo a sposare la cognata rimasta vedova e senza figli. Lo scopo di questa normativa è evidente: ai figli che nasceranno sarà imposto il nome della famiglia del padre, sicché la discendenza sarà assicurata al fratello defunto. In base a tale legge – dicono i sadducei – una donna diventa moglie di sette fratelli, perché questi muoiono uno dopo l’altro. “Da ultimo” – concludono – “morì anche la donna. Alla resurrezione, dunque, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.

È buona cosa sapere che al tempo di Gesù era dominante una concezione materiale del Regno messianico e delle realtà a esso connesse, perciò si credeva che la resurrezione avrebbe permesso ai morti del passato di prendere parte al Regno per essere giudicati e ritrovare nella beatitudine una fecondità straordinaria. Affermava, per esempio, rabbi Gamaliele: “Verrà un tempo in cui la donna partorirà ogni giorno una volta”. La resurrezione era pensata come rianimazione del cadavere, ritorno alla vita corporea precedente: una concezione a dir poco enigmatica, che aprirebbe numerosi problemi…

Gesù invece risponde con autorevolezza, interpretando diversamente l’idea della resurrezione: egli rivela che questo mondo passa e che la novità del regno dei cieli non conterrà più la necessità inscritta nella vita biologica di uomini e donne. Per Gesù, tra questo mondo e il mondo che viene c’è un contrasto radicale, non perché questa terra e questo cielo debbano essere distrutti e tornare al nulla, ma nel senso che l’assetto e la necessitas inscritti in essi non saranno più presenti. Il mondo che viene è una realtà altra da quella che conosciamo: vi entreranno quanti, in base al giudizio universale da parte di Dio (cf. Mt 25,31-46), saranno ritenuti degni, i “benedetti dal Padre” (Mt 25,34). Il giudizio provocherà una crisi e una cernita: quelli che sulla terra hanno vissuto secondo la volontà di Dio – la conoscessero o meno –, prenderanno parte al Regno. Su quelli che invece hanno contraddetto questa volontà che è l’amore, nient’altro che l’amore verso gli altri, ovvero sui “maledetti” (Mt 25,41), non c’è alcuna parola nel vangelo secondo Luca: su di loro un silenzio totale, come se non fossero degni di essere rialzati dal nulla della morte… Ecco come Gesù alza il velo sulla realtà dell’altro mondo, nella quale vi sarà una ri-creazione inimmaginabile, una trasfigurazione radicale che possiamo solo intravedere pensando agli angeli, ai messaggeri di Dio, creature non mortali, non corruttibili. Gesù aggiunge inoltre che nel Regno cesserà ogni attività di prosecuzione della specie, dunque ogni attività sessuale, perché non si morirà più.

Confessiamo onestamente che su questa realtà che non conosciamo e che ci è annunciata in modo allusivo non sappiamo dire, non sappiamo immaginare. A noi dovrebbe bastare l’essere convinti che la realtà dopo la resurrezione della carne sarà comunione con Dio e con tutti gli umani e che in questa comunione nulla andrà perduto dell’amore che abbiamo vissuto, amando e accettando di essere amati. Questo ci dovrebbe bastare: un’eterna comunione d’amore, una condizione in cui non ci saranno più il pianto, il lutto, la separazione, il dolore, la morte (cf. Is 25,16; Ap 7,17; 21,4), perché saremo “figli di Dio”.

Quanto alle parole di Gesù: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito”, non possiamo dimenticare che per secoli sono state lette come un invito a vivere già qui il celibato per il Regno. Né dimentichiamo che, proprio a partire da quest’affermazione, i monaci hanno parlato del proprio stato come della “vita angelica”. Oggi invece leggiamo tali parole con un’ermeneutica diversa, non ritenendole più un fondamento alla condizione del celibato per il Regno. Sappiamo infatti che Gesù si serviva delle immagini della sua cultura, comprensibili al suo uditorio, per porre l’accento sull’annuncio della resurrezione della carne quale speranza per i suoi discepoli.

Ma a mio avviso il punto teologico e rivelativo culminante di questa discussione con i sadducei sta in un’affermazione di Gesù contenuta nel brano parallelo di Marco e di Matteo: “Voi vi ingannate, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio” (Mc 12,24; Mt 22,29), quella dýnamis che può operare, creare e ri-creare… Accusa terribile, rivolta a quei sacerdoti ai quali competeva dare al popolo la conoscenza di Dio (cf. Os 4,6)! Ed ecco, nelle parole conclusive di Gesù, la correzione di questa non-conoscenza: “Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: ‘Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe’ (Es 3,6). Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché in lui tutti vivono”. L’alleanza tra Dio e il suo popolo, tra Dio e gli umani tutti, è tale che nulla e nessuno potrà romperla: non certo la morte, perché egli è fedele e nella morte si presenta a noi con le braccia aperte, in attesa di prenderci con sé come figli e figlie amati per sempre.

Ecco l’ignoranza dei sadducei, la loro incapacità di leggere le parole dette da Dio a Mosè, dunque la loro non fede nella potenza di Dio. I credenti invece sono convinti che, essendo in alleanza con Dio, quando muoiono vivono per Dio e in Dio, perché Dio è fedele e non viene mai meno alla sua promessa e alla sua alleanza. Siamo posti di fronte al grande mistero dell’esodo pasquale: moriamo a questo mondo per essere rialzati mediante una trasfigurazione della nostra intera persona, spirito e corpo, alla vita in Cristo, nel Regno eterno dell’amore.


Marina Abramovic e Ulay, Relation in Time (Relazione nel tempo), performance della durata di 16 ore, 1977, presso Studio G7 di Bologna.

Marina Abramovich è una delle figure più famose dell’arte contemporanea. Ha contribuito a fare di se stessa una icona e un modello per molti artisti delle generazioni successive alla sua. Per gli amanti del cinema è la figura che ha ispirato certamente la figura dell’artista che si lancia contro un muro nel film La grande Bellezza di Sorrentino. Che cos’è una performance? Darò una definizione semplice e poco esaustiva, ma bastevole per l’intento di questo commento: è "arte che si esplicita mediante l’azione". Ovvero è una forma di espressione che vive nel momento in cui l’azione viene messa in atto. Noi possiamo viverle attraverso le foto e i video, che non avranno mai la forza dell’azione realmente compiuta davanti ai nostri occhi. Sono atti che possono essere ripetuti nel tempo, ma mai uguali a se stessi.

Marina Abramovich e Ulay (Frank Uwe Laysiepen) si conoscono nel 1976 ad Amsterdam. Lei proviene dai balcani ed ha uno spirito rivoluzionario, lui è tedesco e si presenta con barba e capelli lunghi solo su metà del viso (l’altra metà è completamente rasata).

Il loro rapporto amoroso e artistico è difficilmente separabile. Attraverso le loro performance hanno scandagliato il loro rapporto raccontandolo al pubblico.

L’immagine scelta per il commento al vangelo di questa settimana parla proprio di relazioni, argomento della domanda capziosa posta a Gesù.

Descrivendo questa e altre performance che vedono la Abramovic e Ulay coinvolti invito il lettore a pensare alle sue relazioni e a quanto queste strane azioni possano descrivere meglio di molte parole tutta una serie di emozioni che una coppia può vivere.

La performance nella foto è “Relation in time” (trad. relazione nel tempo). In questa azione i due sono seduti di spalle, i loro capelli lunghi sono intrecciati in maniera tensiva e inestricabile. Resteranno seduti così per sedici ore mettendo a dura prova la loro resistenza fisica.

L’osservatore può giustamente affermare: perché? Che senso ha?

Cerchiamo di capirlo assieme: il titolo ci dice che stiamo osservando una relazione nel tempo. I due sono in relazione perché uniti fisicamente dai capelli come un cordone ombelicale. La loro relazione è visibile attraverso i capelli, ma è allo stesso tempo invisibile (come ogni relazione) poiché i loro sguardi non si incrociano, ma la tensione tra di loro possono perfettamente percepirla. Come ogni relazione anche questa azione presenta una parte di sofferenza: la resistenza fisica di “restare” sapendo di poter contare sulla resistenza dell’altro/a e allo stesso tempo il dolore provocato da ogni minimo spostamento della testa. Tutti noi abbiamo sperimentato come tirasi i capelli faccia male. In questo caso il dolore può essere procurato in maniera consapevole e inconsapevole (e così in ogni relazione).

Descrivo altre due azioni che nel tempo Ulay e la Abramovich hanno realizzato che mi sembrano interessanti per raccontare una relazione: light/dark (trad. Luce/Ombra) in cui i due si prendono ritmicamente a schiaffi dandosele di santa ragione. Quanta rabbia e frustrazione inespressa in un rapporto riesce a dire questa azione senza usare nemmeno una parola? Nello stesso solco si inserisce AAA in cui Ulay e la Abramovic si urlano addosso con una violenza sempre più feroce. Quante volte in una relazione si diventa violenti verbalmente ferendo l’altro?

Invito il lettore curioso a cercare le altre espressioni che questa coppia ha trovato per raccontare la fiducia in un rapporto, la simbiosi e tanti altri aspetti del vivere una storia insieme.

Marina Abramovich ha successivamente affermato in libri e interviste che lavoro dopo lavoro il loro rapporto artistico si cementava mentre il loro rapporto amoroso si sfibrava.

I due decisero di lasciarsi con una ultima azione: The lovers (Gli amanti), titolo volutamente ironico. Partendo da due capi opposti della muraglia cinese i due si sarebbero incontrati dopo tre mesi a metà percorso. La fatica di un cammino assieme diviene ora la fatica di camminare da soli, dirsi addio incrociandosi e riprendere il cammino da soli verso direzioni opposte.

Questa storia d’amore ha avuto anche successivi capitoli che in questo spazio non serve riportare. Ciò che invece richiamo il lettore a considerare è quanto queste azioni apparentemente inutili raccontino la difficoltà e la bellezza dell’amore.

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