“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”

Dario Mitidieri, Ritratto delle famiglie perdute, 2016
Dario Mitidieri, Ritratto delle famiglie perdute, 2016

28 maggio 2017

Ascensione del Signore
di ENZO BIANCHI


Nel tempo di Pasqua, non essendo le altre letture scelte dal lezionario romano parallele al vangelo, si commenta solo il brano evangelico.


Mt  28,16-20

In quel tempo, 16 gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


Purtroppo in Italia festeggiamo l’Ascensione del Signore Gesù Cristo non il quarantesimo giorno dopo la resurrezione (cf. At 1,3) – come previsto dal calendario della chiesa romana – ma la domenica successiva, la settima domenica di Pasqua, quella che precede la domenica della Pentecoste, cinquantesimo giorno postpasquale. La solennità dell’Ascensione è comunque sempre memoria di una cristofania pasquale, di una manifestazione del Cristo risorto, glorificato dal Padre nella potenza dello Spirito santo. L’ascensione o assunzione di Gesù al cielo, il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), è narrata come uno staccarsi di Gesù dai suoi, un essere portato verso il cielo. Troviamo questo racconto nella conclusione del vangelo secondo Luca (cf. Lc 24,50-51) e all’inizio degli Atti degli apostoli (cf. At 1,6-11), mentre in Matteo, Marco (a parte la chiusura canonica, posteriore; cf. Mc 16,19-20) e Giovanni si narrano apparizioni del Risorto ma non si parla esplicitamente di una partenza, di un lasciare la terra per il cielo.

Nel vangelo secondo Matteo viene testimoniata un’unica e sola apparizione del Risorto in Galilea, su una montagna, come ultimo e definitivo saluto testamentario ai discepoli. Se Matteo aveva aperto il suo vangelo con le parole “libro della genesi di Gesù Cristo … l’Emmanuele, il Dio-con-noi” (Mt 1,1.23), ora lo chiude con un’allusione all’ultimo versetto delle Scritture ebraiche che egli conosceva, là dove si legge: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha consegnato tutti i regni della terra” (2Cr 26,23); e qui il Risorto, colui che è il Dio-con-noi per sempre, dice: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Così il vangelo porta a pieno compimento tutta la storia della salvezza.

Ma leggiamo il testo di Matteo con attenzione e umiltà. La sera della sua passione, durante la cena pasquale, dopo aver spezzato il pane e aver reso grazie sul calice, mentre con i suoi usciva verso il monte degli Ulivi Gesù aveva predetto lo scandalo di tutti e il rinnegamento di Pietro, dando però loro l’appuntamento dopo la sua resurrezione in Galilea (cf. Mt 26,30-35). Poi era venuta l’ora dell’arresto e della fuga di tutti i discepoli, la notte della passione, il giorno della morte e della sepoltura. Ma Matteo racconta che all’alba del giorno dopo il sabato Maria Maddalena e l’altra Maria trovarono la tomba vuota e ascoltarono da un messaggero l’annuncio della resurrezione di Gesù. E mentre andavano a portare ai discepoli questo vangelo, incontrarono il Risorto, il quale rinnovò loro l’invito, da rivolgere agli stessi discepoli, ad andare in Galilea, dove lui li precedeva e dove l’avrebbero veduto (cf. Mt 28,1-10).

Ed ecco che i discepoli, undici e non più dodici, a causa del tradimento di Giuda, “vanno in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato”. Non sono chiamati apostoli, inviati, ma discepoli, perché devono ancora essere iniziati dal loro grande rabbi Gesù, e sono nuovamente in Galilea, la terra in cui sono stati chiamati e sono rimasti per anni alla sua sequela. Per Matteo la Galilea non è tanto la terra dell’infanzia di Gesù, da cui ha preso l’appellativo di “galileo”, quanto piuttosto la terra voluta da Dio come luogo dell’evangelizzazione, la “Galilea delle genti, dei pagani” (cf. Mt 4,12-16; Is 8,23-9,1), terra ritenuta impura, da cui “non poteva uscire nulla di buono” (cf. Gv 1,46), terra di mescolanza di popoli, lontana dal centro della fede e del culto, la città santa di Gerusalemme. La Galilea, dunque, come terra per eccellenza di evangelizzazione e di missione: qui sono richiamati i discepoli, quasi a ricominciare quella sequela conclusasi con l’abbandono di Gesù.

Il luogo dell’appuntamento è la montagna, sito teologico per Matteo, là dove Dio a più riprese si è rivelato e ha voluto essere incontrato, là dove Gesù aveva pronunciato il lungo discorso contenente anche le beatitudini (cf. Mt 5,1-7,29), là dove Pietro, Giacomo e Giovanni avevano contemplato la sua trasfigurazione (cf. Mt 17,1-8). Al vedere Gesù gli undici discepoli, che l’avevano visto l’ultima volta catturato dai suoi nemici, non possono fare altro che prostrarsi in adorazione. Cos’è accaduto? Matteo non ci ha parlato della reazione dei discepoli all’annuncio delle donne né di altri segni dati da Gesù; ma ora, di fronte a questa cristofania, essi lo adorano, senza dire nulla. Alcuni tra loro giungono alla fede nella resurrezione, ma altri nutrono ancora dei dubbi, perché esitano a riconoscerlo: la fede non è mai visione ma è una continua vittoria sui dubbi, vittoria che si ottiene solo adorando e soprattutto amando. Nei vangeli non c’è traccia di esaltazione irrazionale davanti a Gesù risorto, ma vi è un faticoso riconoscimento che si realizza solo in una relazione amorosa, carica di fiducia e di abbandono al Signore.

Così Gesù si avvicina agli undici, non li rimprovera per la fuga (cf. Mt 26,56), non li fa arrossire per la loro poca fede (cf. Mt 14,31), ma si rivela nella gloria ricevuta dal Padre, che lo ha richiamato da morte: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”, parole che ci scuotono e che possiamo accogliere solo nella fede. Chi è costui? Sono parole che può dire solo il Kýrios, il Signore del cielo e della terra. Gesù possiede un’exousía, un potere: non se l’è dato da solo e neppure lo ha voluto, perché lo ha rifiutato quando gli è stato offerto dal tentatore, il diavolo (cf. Mt 4,8-10), ma l’ha ricevuto da Dio, il Padre. Infatti è lui “il Figlio dell’uomo giunto presso Dio, che gli diede potere, gloria e regno … un potere eterno, che non tramonta mai, un regno che non sarà mai distrutto” (cf. Dn 7,13-14). Nell’Antico Testamento Dio solo è il Signore del cielo e della terra, Signore del mondo visibile e di quello invisibile, Re del cosmo intero, e nella gloria Gesù ci rivela che questo potere divino è condiviso da lui. Così Matteo, anche senza descriverci un’ascensione di Gesù in termini visivi, ottici, ci rivela dove dobbiamo cercare e trovare il Risorto: in Dio, uguale a Dio nella sua signoria, “nel seno del Padre” (Gv 1,18) direbbe il quarto vangelo. La chiesa adora e confessa Gesù come colui che siede alla destra del Padre, colui che intercede per noi presso di lui. Queste e simili formulazioni risultano sovente incapaci di svelarci il mistero, ma ciò che è decisivo non è un nostro esercizio immaginativo per leggere l’ascensione, quanto piuttosto il fare sì che il Signore Gesù regni davvero in noi, sia il centro della nostra storia, sia colui che crediamo e attendiamo come unico Salvatore.

E siccome Dio ha rivestito Gesù di una tale autorità, egli può dire: “Dunque (oûn) andando fate discepole tutte le genti”, dove l’accento non cade sul verbo “andare” (non sta scritto: “Andate”), su una missione di conquista, di occupazione di terre e spazi, ma sull’apertura a tutte le genti, a tutte le culture, a tutti gli uomini e le donne che fanno parte dell’umanità. È venuta l’ora dell’annuncio alle genti: Gesù era venuto innanzitutto per il popolo di Israele, cui era stato promesso come Messia e Salvatore, e a questa missione conferitagli dal Padre aveva obbedito; ma dopo la sua morte e resurrezione il vangelo deve raggiungere tutte le genti della terra. Cadono tutti i muri: quello tra Israele e i pagani, quelli tra le genti, tutti i muri edificati nella storia. Ormai tutti gli esseri umani sono destinatari del Vangelo,

che va proposto non imposto,
che va offerto come testimonianza, non propagandato a parole,
che va vissuto per essere eventualmente annunciato.

Infatti, non si può insegnare e trasmettere il Vangelo senza viverlo e senza viverne! Ecco il compito dei discepoli, che in quell’ora in Galilea sono veramente piccola comunità, “piccolo gregge” (Lc 12,32): un compito che non guarda alla pochezza di chi lo svolge ma alla promessa di chi ha chiesto di viverlo e annunciarlo.

Qui viene nuovamente delineato da Gesù chi è il discepolo: è uno reso tale grazie all’ascolto di Gesù, stando con lui; è uno che è immerso nella vita della comunione divina, tra Padre, Figlio e Spirito santo; è uno che, vivendo di questa vita donata, accoglie l’insegnamento degli inviati, degli apostoli, della chiesa, per vivere ciò che Gesù ha chiesto, per vivere il Vangelo. La promessa di Gesù in cui mettere fede e speranza è: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ecco la nuova e definitiva alleanza con la quale Dio si è legato al suo popolo: “Io sarò il vostro Dio, io sarò il Dio-con-voi”. Questa l’ultima parola del vangelo, questa la nostra fede: il Signore Gesù Cristo è con noi sempre. Nell’inviarlo nel mondo, il Padre aveva rivelato attraverso il suo messaggero: “Sarà chiamato Emmanuele, Dio-con-noi” (Mt 1,23; Is 7,14); ora Gesù assume pienamente e definitivamente questo nome ricevuto dal Padre per l’eternità. Dio aveva detto a Mosè: “Io sarò con te” (Es 3,12), e Gesù Cristo lo dice a ciascuno di noi, battezzato nel suo nome, cristiano che porta il suo nome e tenta di vivere, di osservare il suo Vangelo.


Dario Mitidieri, Ritratto delle famiglie perdute, 2016

La sedia vuota è quella dell’attesa, di qualcuno che tarda a tornare, di qualcuno che si attende con apprensione. Questa è l’idea che è alla base del progetto fotografico di Dario Mitidieri. Le persone ritratte sono profughi siriani che vivono in due campi profughi nella valle di Bekaa in Libano. Il progetto fotografico prevede che il racconto delle persone ritratte appaia direttamente dall’immagine: le sedie vuote rappresentano altrettante persone della famiglia che sono rimaste in Siria e che tardano a tornare. Il posto libero resta in attesa di essere colmato. Così come l’attesa dei credenti è quella di rivedere il Signore che nella festività di oggi ritorna nel Regno. Questo senso di attesa per i credenti verrà colmato dal ritorno del Signore che tarda ma arriverà, mentre le storie di questi profughi restano sospese in mancanza di notizie di un ritorno.

kalila composizione
kalila composizione
C’è un elemento stilistico che Mitidieri mette in campo per poter aggiungere ancora un tassello alla narrazione di queste foto: il rapporto tra realtà e finzione fotografica. Le famiglie sono ritratte utilizzando un fondo fotografico nero. Mitidieri allarga il campo dell’immagine lasciandoci intravedere il campo profughi “attorno” al pannello nero. Dalle immagini notiamo che ai profughi è stato richiesto di togliersi le scarpe per lasciare immacolato lo sfondo. Anche raccontare le loro storie si potrebbe trasformare in un semplice reportage da dimenticare tra le pagine di un giornale. Queste immagini allargano il nostro sguardo focalizzando la nostra attenzione sulle immagini di queste famiglie “sospese” e facendoci soffermare anche sulla vita nel campo dove adesso dimorano.

Riporto qui di seguito le storie delle persone ritratte così come descritte in un articolo apparso su “La Repubblica” che raccontava il progetto fotografico:

Sahar
Venne svegliata durante la notte dagli attacchi aerei. Fuggì immediatamente con i tre più piccoli dei suoi dodici figli, gli unici che ancora vivevano con lei. Gli altri nove, tutti sposati, sono rimasti in Siria con le loro famiglie. Sahar non sa se sono vivi o morti.

Ali
Della sua famiglia solo lui è riuscito a lasciare la Siria. Quando la loro casa, appena finita di costruire dopo dieci anni di lavori, è stata colpita da un missile. Ali ha perduto di colpo tutti i suoi affetti più cari: madre, padre, fratello e due sorelle. Le cinque sedie vuote sono per loro.

Mohammed
Stava celebrando con tutta la sua famiglia il matrimonio della figlia quando sono cominciati i bombardamenti. Da allora della loro famiglia hanno perso ogni traccia: “Non abbiamo saputo più nulla da quella notte del matrimonio. Se la incontrassi oggo vorrei chiederle come è stata e chi l’ha protetta”. La sedia vuota è per lei.

Owayed
E’ stato costretto a scappare assieme alla moglie e alla figlia. Ha dovuto lasciare in Siria gli altri quattro figli, tutti maschi. Uno di loro è cieco. Ogni giorno attendono un messaggio da almeno uno di loro. Sono per loro le quattro sedie vuote.

Khawle
E’ riuscita a portare in salvo i suoi tre figli attraversando a piedi le montagne che dividono Siria e Libano dopo che l’autobus sul quale viaggiavano è stato colpito. A casa ha lasciato il suo figlio più piccolo insieme alla nonna: “Come posso essere felice se non li ho qui con me?”

Kalila
Quando suo marito Ahmed le ha detto di prendere le loro quattro bambine e fuggire senza di lui, Kalila ha raccolto tutto il suo coraggio ed è partita per un viaggio che sarebbe dovuto durare solo qualche ora. Invece ci sono voluti quattro anni per arrivare in Libano. Il marito sta per arrivare.

Razir
Dopo che il marito è stato rapito e ucciso non aveva abbastanza soldi per portare i suoi cinque figli in salvo. Così ha dovuto scegliere: ha lasciato le due figlie maggiori di undici e quattordici anni in Siria. Da mesi non ha loro notizie. Le sedie vuote sono per loro.

Souraya
E’ fuggita in Libano con i suoi sette figli. Il marito stava per raggiungerli quando l’autobus su cui viaggiava è stato colpito da un missile. Ora è in ospedale ferito: “mi ha detto al telefono che andrà tutto bene, ma so che molte ossa del suo corpo sono state rotte da quel missile”. La sedia vuota è per lui.

a cura di fratel Elia Fiore