Tutto è pronto per le nozze
11 ottobre 2026
Matteo 22,1-14 (Is 25,6-10a; Fil 4,12-14.19-20)
XXVIII domenica del tempo ordinario
di fratel Luigi
In quel tempo, 1Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Il brano segue quello ascoltato domenica scorsa. In mezzo ci sono solo i vv. 44 e 45 del c. 21, che inspiegabilmente sono stati omessi dal lezionario. Soprattutto il v. 45 aiuta a contestualizzare meglio il senso delle parole di Gesù, che spesso percepiamo come dure: vi si legge infatti che sommi sacerdoti e farisei capiscono che Gesù, pronunciando le parabole, si riferisce a loro e per questo cercano di ucciderlo, anche se hanno paura della reazione della folla che lo considera un profeta. Siamo dunque nel contesto delle controversie che precedono immediatamente la passione di Gesù.
La parabola, anche se è essenzialmente semplice e sviluppa il messaggio già trasmesso nelle parabole precedenti, è stata oggetto di svariate interpretazioni, soprattutto nel decifrare il senso allegorico dei singoli elementi. Ma come sempre in una parabola non sono i particolari che contano e che ci trasmettono l’intenzione originaria di Gesù, ma il senso generale, che appunto è chiaro.
Un re – si racconta – in occasione delle nozze del figlio ha invitato i suoi concittadini per un banchetto: questo è l’antefatto della parabola da cui si parte. Giunto il momento, quando “tutto è pronto”, il re invia i servi a chiamare gli invitati. Lo fa una prima e una seconda volta, ma questi rifiutano e trascurano l’appello facendo passare avanti altri interessi ritenuti più importanti; anzi, di fronte al suo reiterato invito, hanno addirittura reazioni violente, proprio come nella parabola precedente. Queste reazioni sono qui tanto più incomprensibili e sconcertanti se pensiamo che in questa parabola il protagonista, attraverso i servi, non sta rivolgendo una richiesta, come nella parabola dei vignaioli, non sta esigendo qualcosa per sé, qualcosa che gli sarebbe dovuto (come i frutti della vigna), ma semplicemente offre del suo, mette a disposizione la sua ospitalità.
Fuor di metafora, il rifiuto di cui si parla è chiaramente quello che i capi oppongono all’annuncio evangelico di Gesù, troppo “scomodo” per i loro criteri, con la sua proclamazione del Regno offerto a tutti e il suo appello pressante alla conversione.
Nella trama della parabola quale è narrata in Matteo, poi, alla violenza dei servi finisce per corrispondere la violenza del padrone, secondo il principio, altrove formulato da Gesù, per cui “tutti quelli che metteranno mano alla spada di spada periranno” (Mt 26,52), restando vittima di quella violenza che essi stessi hanno messo in atto. Un principio di giustizia immanente ben rappresentato nei Salmi. Ma è ben evidente che anche qui Matteo (che ha aggiunto queste parole non contenute nella versione originale) si riferisce alla distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70. La sua interpretazione di quest’evento come punizione divina per il rifiuto del Messia è però elaborata sulla linea dei profeti, come nella parabola precedente, ed è un tentativo di dare un senso a quell’evento sconcertante, tanto più per un ebreo; non si tratta comunque di un dato di fede né risale a Gesù, e tanto meno costituisce il centro della parabola.
Ciò che è più importante nell’economia della parabola è la costanza del Re nell’estendere l’invito ad altri, a tutti quelli che trova, purché il suo banchetto non resti senza commensali. I servi sono incaricati di invitare “buoni e cattivi” fino ai crocicchi, meglio agli “sbocchi” delle strade (in gr. diéxodoi: sono i punti terminali delle strade, là dove esse raggiungono i limiti del territorio della città o del regno). L’espressione così intesa dice un’apertura universale della chiamata evangelica. Il riferimento immediato in Matteo è molto probabilmente alla missione ai pagani (cf. Mt 28,19-20), anche se alcuni preferiscono pensare che la parabola originaria di Gesù intendesse piuttosto riferirsi alla sua scelta di frequentare “pubblicani e peccatori”, che a differenza di farisei e benpensanti accolgono l’appello alla conversione. Le due prospettive comunque non si escludono: la parabola ha subìto un processo di accrescimento e di reinterpretazione nella sua storia redazionale e forse le riflette entrambe. Certamente il riferimento a “buoni e cattivi” – espressione che ricorre in Mt 5,45, per indicare il Dio misericordioso che fa piovere “su buoni e su cattivi” senza distinzione – si riferisce alla situazione presente della chiesa post-pasquale, che è un corpus permixtum, come dirà Agostino, un misto di santi e di peccatori, di degni e indegni, e tale resterà fino al momento del giudizio, alla fine della storia, senza possibilità di “selezione” previa, come mostrano anche altre celebri parabole, quella della zizzania che cresce nel campo in mezzo al grano e quella della rete gettata in mare che raccoglie “ogni genere di pesci”, che solo alla fine verranno effettivamente selezionati (cf. Mt 13,47-48). Per il momento l’appello e l’abbraccio del Dio misericordioso annunciato da Gesù sono gratuiti, onnicomprensivi, indiscriminati.
I versetti finali (vv. 11-14), che non trovano un parallelo nella versione lucana della parabola, fanno riferimento a un uomo senza veste nuziale che viene scacciato fuori dalla sala. Come ritengono molti commentatori, per la presenza evidente di espressioni tipicamente matteane, si può considerare anche quest’aggiunta una creazione dell’evangelista che cercava probabilmente di prevenire il rischio di potenziale fraintendimento di una parabola che terminava con l’invito indiscriminato a buoni e cattivi, quasi che l’agire concreto del credente non avesse alcuna rilevanza. L’ingresso del re nella sala di cui si parla al v. 11 è chiaramente un rimando al giudizio finale, che già qui ed ora chiama ciascuno alla responsabilità della propria vita. L’immagine dell’abito nella tradizione patristica e nella critica moderna è stata variamente intesa. Dal punto di vista narrativo, il lettore resta con molte domande aperte, perché sembrerebbe inverosimile esigere un abito nuziale da chi è stato raccolto all’ultimo momento ai bordi delle strade. Forse gli altri poveracci che sono entrati alla festa ce l’avevano? E dove se lo sono procurato?
Anche se, come sappiamo, non bisogna pretendere troppo dalle parabole in termini di verosimiglianza, un’ipotesi plausibile che permetterebbe di dare una certa coerenza al racconto e di capire la logica della domanda potrebbe essere quella di pensare, come è stato suggerito, che l’abito nuziale in realtà sia stato consegnato a tutti al momento dell’entrata nel banchetto, e che solo quest’uomo abbia finito per trovare più comodo riprendere le sue vesti precedenti… In questo modo il rimprovero apparirebbe motivato. Del resto, quale che sia il significato preciso di quest’abito (battesimo, santità, conversione, opere di giustizia...), è chiaro che si tratta di qualcosa che l’interessato prima ha ricevuto e poi non ha custodito o non ha fatto fruttare (come i talenti in Mt 25,14-30) quasi dando per scontato che ormai, una volta ammesso, la sua appartenenza alla comunità del Signore potesse essere assodata.
Quest’uomo viene apostrofato dal padrone come “amico”, anche se in greco la parola usata non è propriamente “amico”, phílos, ma etaîros, “compagno”, “socio”, che come altrove in Matteo ha una sfumatura tra l’ironico e il polemico: etaîros è chiunque si trova a vivere accanto al Signore ma di fatto non ne condivide i sentimenti, anzi abusa in vario modo della sua condizione di prossimità, per avanzare pretese, come gli operai della prima ora in Mt 20,13, o per tradire apertamente il Signore, come Giuda in 26,50.
Quest’uomo si comporta certo da sprovveduto e irresponsabile, ma alla base del suo comportamento c’è soprattutto la perdita della memoria del suo stato precedente: egli mostra di aver dimenticato da dove è stato raccolto e a cosa è stato chiamato, altrimenti saprebbe che non può avere alcun titolo per considerarsi “a posto” e quanto meno si preoccuperebbe di mostrarsi meno indegno possibile. In fondo alla radice dell’“indegnità” degli invitati – di quest’ultimo come dei primi (di cui si dice che “non erano degni” della festa di nozze) – più che una qualche mancanza morale c’è soprattutto l’idea di considerarsi autosufficienti e l’incapacità di ammettere il proprio bisogno di salvezza, la propria “nudità”, che come quella di Adamo ha bisogno di essere “coperta” dal Signore. È ciò che stigmatizza con parole molto nette la lettera indirizzata all’angelo della chiesa di Laodicea in Ap 3, quando scrive: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla, ma non sai di essere un infelice, un povero, un cieco e un nudo” (Ap 3,17).
Per aver piena cittadinanza nella comunità del Signore non occorre certo essere dei perfetti, né all’inizio né dopo, è importante ricordarlo. Quella della perfezione a dir la verità è un grande equivoco nel linguaggio ecclesiastico: la vera perfezione evangelica a cui Gesù ci invita (cf. Mt 5,48; 19,21) è un appello, una tensione verso una pienezza mai raggiunta, ma che proprio per questo ci permette di restare sempre in cammino e di superare la logica meritocratica della “giustizia di scribi e farisei” (Mt 5,20); e quindi nessuno può mai dirsi arrivato. Quel che è essenziale è proprio riconoscersi peccatori e graziati. Sempre peccatori e sempre graziati, senza merito, e per questo anche sempre bisognosi di conversione, mai “con il cuore in pace”, ma sempre un po’ inquieti, con quel salutare “timor di Dio” che, inteso bene, non è l’atteggiamento dello schiavo che ha paura di trasgredire i comandi del padrone, ma piuttosto – come scriveva Charles de Foucauld – “quell’amore carico di timore che si prova in presenza di tutto ciò che si ama appassionatamente, e che fa sì che si rimanga davanti alla persona amata, senza poter staccare gli occhi da lei, con il desiderio grande e la volontà di fare tutto quel che la compiaccia, tutto quel che è buono per lei; e con il grande timore di fare, dire o pensare qualcosa che le dispiaccia o la ferisca”.
Nella comunità del Signore quindi ci si sta con l’atteggiamento giusto – lascia intendere la nostra parabola – se non ci si dimentica mai di essere degli “invitati” e non si finisce per diventare degli “accasati” che nessuno può più disturbare nella posizione che hanno guadagnato, e se, invece di usare l’appartenenza ecclesiale come un vestito di facciata per i nostri comodi, cerchiamo piuttosto di aderire, uscendo dal nostro io e dalle nostre pretese, all’identità che ci è stata donata e che abbiamo rivestito, quella di figli, resi capaci di calcare le orme di Gesù, il Figlio, e di vivere la sua vita. Quel vestito non deve quindi restare qualcosa di esteriore ma deve poter diventare la nostra identità profonda. Come dice l’Apostolo, “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21), “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), e ancora: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27).