Pentecoste

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Anno A Gv 20,19-23      8 giugno 2014

Cornelia Parker, Fuoco volante, 1999, ICA Boston
Cornelia Parker, Fuoco volante, 1999, ICA Boston

“Dal cielo un fragore … un vento che si abbatte impetuoso … lingue di fuoco” (At 2,2-3). Non è sempre facile questo linguaggio per noi uomini e donne che abitiamo questo nostro tempo e questo nostro mondo, da noi letti in modo molto diverso rispetto all’epoca in cui è stato scritto il Nuovo Testamento. La descrizione di questi eventi straordinari e miracolosi rischia di urtarci e di non essere più eloquente ai nostri orecchi. Occorre dunque sforzarsi di decodificare il linguaggio delle Scritture, per riuscire ad accogliere il messaggio contenuto nel racconto della Pentecoste.

Che cosa è accaduto? Mentre i discepoli di Gesù erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo, hanno fatto esperienza di quella forza che li ha abilitati a proclamare la buona notizia, il Vangelo, in molte lingue e culture: il Vangelo in cui avevano creduto ascoltando le parole e i gesti di Gesù poteva riguardare non solo loro, figli di Abramo, figli di Israele, provenienti dalla Galilea, ma tutte le genti della terra (cf. At 2,4-11). Sì, in quel giorno di Pentecoste molti uomini e donne hanno compreso e sperimentato la forza e la luce del Vangelo di Gesù, il Messia crocifisso e risorto. Gli eventi della passione, morte e resurrezione di Gesù avvenuti in quella Pasqua del 30 d.C. trovano a Pentecoste una pienezza di forza.

Questa, del resto, era la promessa e il dono del Risorto, perché Gesù era stato annunciato da Giovanni il Battista come colui che doveva venire a rinnovare l’alleanza attraverso un’immersione nello Spirito santo (cf. Mc 1,8 e par.). E poi Gesù stesso aveva promesso ai discepoli il dono dello Spirito, del Soffio santo di Dio, in modo da non lasciare orfani quelli che l’avevano seguito (cf. Gv 14,18), e aveva profetizzato che lo Spirito sarebbe stato dato ai credenti come un fiume di acqua viva (cf. Gv 7,37-39). Ecco cosa si è compiuto a Pentecoste, quella che per gli ebrei era ed è la festa del dono della Torah, data a Israele in mezzo a tuoni, fuoco e tremore della terra (cf. Es 19,16-18).

Il brano odierno del quarto vangelo racconta il medesimo evento in altro modo, ma il significato è lo stesso. I discepoli sono riuniti tutti insieme nello stesso luogo e stanno “chiusi in casa”, per paura di coloro che avevano condannato e suppliziato Gesù alla vigilia della Pasqua. Da quella crocifissione sono passati tre giorni, tutto sembra finito. Ma ecco che “Gesù venne, stette in mezzo a loro e disse: ‘Shalom, pace a voi!’”. In quella situazione di paura, di chiusura, di sofferenza, Gesù “viene” come aveva promesso: “Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16,16); “Io verrò di nuovo … verrò a voi” (Gv 14,3.18). Il Veniente si fa vedere come il Vivente risorto da morte, e per lui nulla è di ostacolo. La sua presenza è quella del corpo di Gesù di Nazaret, ma ormai corpo trasfigurato, non più votato alla morte e alla fragilità, corpo glorioso, cioè ripieno della gloria di Dio. Ma è il corpo di Gesù nato da Maria, vissuto nella terra di Israele, morto a Gerusalemme, è il corpo dal quale la passione e la sofferenza non possono essere cancellate: le mani, i piedi e il costato trafitti dalla crocifissione testimoniano la sua identità (cf. Gv 20,25.27).

“E i discepoli gioirono al vedere il Signore”, il Kýrios della chiesa in mezzo a loro vivente per sempre. Allora Gesù soffia su quel gruppo di uomini per ricrearli, per infondere in loro la vita nuova, una vita animata dal Soffio di Dio. Come Dio aveva soffiato sul volto di Adamo, il terrestre, per infondergli vita (cf. Gen 2,7), così Gesù soffia lo Spirito creatore su quei discepoli, che non solo diventano la sua chiesa ma il suo corpo stesso vivente grazie alla potenza dello Spirito santo. Comprendiamo allora come le parole di Gesù: “Prendete, mangiate, bevetene tutti” (cf. Mc 14,22-24 e par.; 1Cor 11,23-25), parole che chiedono di riceverlo, sono spiegate compiutamente da questo comando: “Ricevete lo Spirito santo”. Il dono di Gesù è lo stesso: ricevendo lo Spirito diventiamo il suo corpo, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue riceviamo lo Spirito santo!

Lo Spirito santo è vita in pienezza, dunque è remissione dei peccati, cioè liberazione da tutto ciò che contraddice e ferisce, a volte mortalmente, la vera vita. Questo Spirito che i discepoli ricevono e che li assolve dai peccati, li rende a loro volta capaci di rimettere i peccati. Ecco cosa c’è alla radice della loro missione: perdonare e annunciare il perdono. Può sembrare poco, ma in verità è decisivo. In ogni caso, è l’unica esperienza di Dio e del suo amore che noi possiamo fare prima della morte, prima di vedere Dio faccia a faccia. Proprio come la chiesa ci fa cantare ogni mattina nel Benedictus: “Il Signore ci ha dato la conoscenza della salvezza nella remissione dei nostri peccati” (cf. Lc 1,77).

Enzo Bianchi