Portare il peso dell'altro

Michelangelo, Pietà di Palestrina (particolare), 1555, Gallerie dell'accademia, Firenze
Michelangelo, Pietà di Palestrina (particolare), 1555, Gallerie dell'accademia, Firenze
XXIII domenica del tempo ordinario
7 settembre 2014
Commento al Vangelo di
ENZO BIANCHI

Mt 18,15-20

 

Accogliendo la confessione di Pietro che lo riconosce quale Figlio del Dio vivente (cf. Mt 16,16), Gesù rivela che in questa fede in lui, Cristo e Signore, trova fondamento la sua comunità: una comunità che richiede, per appartenervi, la sequela di Gesù fino alla morte in croce, una sequela che esige di smettere di riconoscere solo se stessi, che esige di caricarsi della propria fatica, la croce, per essere suoi discepoli (cf. Mt 16,24).

Questa comunità che è la chiesa, un’adunanza riunita attorno al Signore, raccoglie uomini e donne, giusti e peccatori, forti e deboli, persone ricche di doni e persone povere anche spiritualmente. È una porzione di umanità che, certo, si converte, che tenta di fare ritorno a Dio seguendo Gesù, ma resta una porzione di peccatori, capaci di compiere il male. Resta vero che all’inizio di ogni sequela di Gesù, sia nella vita personale sia in quella comunitaria, la convinzione, l’entusiasmo e la fatica per affermare ciò che si desidera arginano con forza il peccato, così che le patologie comunitarie e le cadute personali appaiono rare. La carità che lo Spirito santo infonde, la carità degli inizi appare straordinaria…

Poi però sopraggiungono il peso della quotidianità, la stanchezza, la debolezza della convinzione, il dubbio e la diffidenza, ed ecco che nella vita del cristiano, in quella di una storia d’amore come la coppia, in una vita comunitaria, si manifesta il male: il male che, nella sua banalità, appare compiuto non da un nemico, ma da un fratello, da una sorella. “Se il tuo fratello ha commesso il male contro di te…”: ecco ciò che Gesù deve dire sull’esperienza della sua comunità, della comunità cristiana. La chiesa non è composta di uomini e donne senza peccato, puri e giusti, sempre capaci di amore, ma registra al suo interno contraddizioni al Vangelo, misconoscimenti della vita in alleanza; registra l’apparire del male fatto responsabilmente, dunque del peccato. Conflitti, opposizioni, gelosie, divisioni e separazioni accompagnano ogni cristiano fino alla fine del suo vivere nella chiesa.

Quando Matteo raccoglie queste parole di Gesù – all’interno del capitolo 18 del suo vangelo, il cosiddetto “discorso comunitario” –, è spinto dall’osservazione della realtà a consigliarci un vero e proprio cammino da compiere in vista della correzione fraterna, cioè della possibilità di riaccogliere nel corpo della comunità chi ha peccato. “Se il tuo fratello ha commesso il male contro di te, va’ a parlargli da solo a solo e mostragli il suo peccato”. Sì, nei conflitti, nelle ingiustizie, nella sofferenza per il male ricevuto, la prima urgenza è questa: l’offeso deve andare a parlare personalmente con l’offensore. Ciò non è facile né spontaneo, e occorre non recarsi dall’altro sotto l’impulso della collera accumulata dentro di sé. È invece necessario il discernimento dell’ora giusta e propizia, quando del proprio cuore si ha un certo dominio, quando si è disposti ad ascoltare e quando si discerne che l’offensore può comprendere. Già la scelta del momento opportuno richiede la grande virtù della pazienza evangelica, l’hypomoné (cf. Lc 8,15 e, soprattutto, Lc 21,19: “Con la vostra pazienza guadagnerete le vostre vite”), cioè lo “stare sotto”, accettando quella posizione che porta il peso dell’altro (cf. Gal 6,2) e si sottomette al male subìto. Con questa disposizione d’animo si deve andare a parlare all’altro, da solo a solo, con mitezza, senza spirito di vendetta e di umiliazione, nella discrezione, per correggerlo e convincerlo che con il suo comportamento ha contraddetto la volontà del Signore della comunità. Ma non è detto che questo tentativo vada a buon fine, perciò Matteo continua: “Se non ti ascolta, fa’ un altro tentativo, prendendo con te due o tre testimoni (cf. Dt 19,15). E se anche questa opzione fallisse, allora rivolgiti alla comunità, alla chiesa tutta”.

La procedura indicata dall’evangelista è un’indicazione, non una legge: per questo occorre sempre saper creare nuove vie di riconciliazione, adattandole alle diverse situazioni e persone. L’esperienza insegna che tante volte ci si deve arrestare al primo tentativo, fermandosi alla correzione da solo a solo, perché dire tutto ad altri o all’intera comunità aggrava la situazione, crea esclusione e ritarda la conversione. Anche le parole di Gesù sulla correzione fraterna vanno dunque lette con intelligenza creativa, perché non sono un freddo codice, ma lasciano a ogni cristiano la responsabilità di come realizzarle. Si capisce, per esempio, che una comunità può essere addirittura minacciata da azioni e comportamenti di qualcuno. Ma anche di fronte a questo rischio, spesso occorre lasciare che le cose avvengano da sé: non mandare via nessuno, ma accettare che qualcuno se ne vada, nella sua libertà e nel suo peccato…

In ogni caso, anche chi ha peccato contro la comunità, la famiglia, il gruppo, non va demonizzato, ma va amato, perché addirittura i nemici vanno amati, secondo il comando di Gesù (cf. Mt 5,44; Lc 6,27.35), lui che era “amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19; Lc 7,34) e non amico di chi si riteneva giusto e impeccabile. Insomma, Gesù vuole che nella sua comunità regnino la misericordia e la trasparenza, che non ci siano rapporti offensivi e menzogneri. Il Signore è presente in mezzo alla comunità (“Dove due o tre sono riuniti nel mio Nome, lì Io Sono in mezzo a loro”: Mt 18,20), e lui solo può compiere ciò che noi possiamo soltanto tentare di intraprendere, nel cammino di conversione e di riconciliazione. Sì, a volte a causa del peccato, dell’inimicizia, delle piccole cattiverie quotidiane, la vita della chiesa, della comunità, della famiglia diventa pesante. Ma nessuna illusione: l’altro si deve amare innanzitutto portando il suo peso, mettendosi sotto di lui, vivendo l’hypomoné, la pazienza.