Domenica in Albis - 2012

Chiostro di Santo Domigo de Silos
Incredulità di Tommaso

Bose, 14 Abril 2012     
Homilia de ENZO BIANCHI
Primeiro vem a adesão, a estrada, não nos é revelado o fim e muito menos as etapas. Onde esteve Jesus estaremos também nós.

Bose, 14 aprile 2012

Accoglienza liturgica
di Fr. GIANDOMENICO PLACENTINO

    Anno B
   Giovanni 20,19-31
 
Ascolta l'omelia:
   

Siamo nel primo giorno della settimana ebraica, nell’ottavo giorno dalla resurrezione di Gesù – ci ha precisato il vangelo che abbiamo ascoltato –, cioè siamo nel giorno che celebra la Pasqua del Risorto da morte, vivente per sempre nel grembo del Padre. Siamo perciò nella gioia, perché Gesù è venuto tra i suoi e viene anche ora in mezzo a noi, dicendoci sempre la sua parola: «Pace a voi», e donando questa pace ai nostri cuori affinché noi non abbiamo paura. Ma come è venuto e come viene ancora in mezzo a noi il Signore risorto? Giovanni, e solo Giovanni, mette in evidenza che il Signore viene, perché è venuto così con i discepoli e così verrà anche alla fine dei tempi in tutta la sua gloria, mostrando le mani e il fianco aperto: mani trafitte da chiodi, un fianco squarciato. Questi sono i segni innanzitutto della sua identità: certo, i segni della sua sofferenza, della sua passione, ma quando noi diciamo passione, dobbiamo soprattutto comprendere una passione di amore, una passione dovuta soltanto all’amore.

Su questo venire di Gesù con le mani e i piedi trafitti e il petto squarciato, vorrei sostare questa sera, perché l’immagine del Risorto, che è stata per i discepoli immagine di un corpo glorioso e che sarà alla fine dei tempi l’immagine del Figlio dell’uomo verso il quale saranno attratti tutti gli occhi (cf. Gv 19,37; Ap 1,7), lui che è il Trafitto, ebbene questa immagine ci dice che anche nella condizione di gloria non è stato cancellato ciò che Gesù aveva vissuto in tutto il suo essere, compreso il suo corpo. Se il suo corpo di risorto non è certamente un cadavere rianimato, tuttavia quel corpo è il corpo reale di Gesù di Nazaret, di Gesù che è stato crocifisso ed è morto, ma che è stato reso vivente dallo Spirito santo (cf. 1Pt 3,18), perché Dio lo ha richiamato dai morti. Anche adesso in Dio il corpo di Cristo è un corpo che conserva i segni della passione, ma che sono segni di tutta la sua vita umana: una vita che aveva soltanto un’opzione, l’opzione dell’amore degli uomini e di Dio, ma una vita che è stata vissuta nella gioia, non solo nella sofferenza; una vita che è stata vissuta nell’amore dei suoi, non solo nell’abbandono da parte dei suoi; una vita che era all’interno di tutta la creazione; una vita capace di essere in comunione con tutto ciò che da Dio era stato voluto e creato nell’in-principio.

Al momento della croce Giovanni aveva testimoniato con forza che, appena era avvenuta la morte di Gesù, un soldato con una lancia gli aveva trafitto il fianco facendone uscire sangue e acqua (cf. Gv 19,34-35), cioè, materialmente, le secrezioni di un corpo morto. Ma quello squarcio, per Giovanni presente sotto la croce, era il segno della consumazione di una vita che diventava una sorgente zampillante (cf. Gv 4,14), il sangue versato per tutti noi. Ora Gesù risorto torna tra i suoi, si fa riconoscere mostrando le ferite delle mani, dei piedi e del costato, e quei discepoli che erano fuggiti tutti, che non erano stati testimoni della trafittura sotto la croce, non possono in realtà vedere il Risorto senza fare anamnesi della passione e della morte di Gesù. Per questo vedono le trafitture: le stigmate di Gesù lo impongono, perché il mistero pasquale che ci dà la salvezza è la passione, morte e resurrezione di Gesù, un evento unico che dà a Gesù il nome di Crocifisso risorto, nome che resterà la memoria, l’invocazione di ogni celebrazione cristiana. Quelle ferite sono come la sintesi iconica di tante parole dette da Gesù:

Non c’è amore più grande di questo: dare la propria vita per gli amici (Gv 15,13).
È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato (Gv 3,14).
Mi hanno odiato senza ragione (Gv 15,25; Sal 69,5).
Nessuno mi toglie la vita, ma io la depongo da me stesso (Gv 10,18).

Non c’è bisogno di ricordare tutte queste parole guardando il corpo del Cristo glorioso: le ferite di quel corpo, le stigmate di Gesù, queste sono assolutamente necessarie per riconoscere Gesù in modo non parziale ma autentico. Proprio queste ferite ci chiedono di riconoscere che Gesù è certamente il Figlio di Dio, ma che ha conosciuto una vita umana soggetta alla sofferenza, alla passione, alla morte.
I discepoli dunque si rallegrano nel vedere il Signore, ma quella gioia è nient’altro che l’adempimento della promessa fatta da Gesù nell’ultima cena: «Tra un po’ non mi vedrete più, poi mi rivedrete, perché io verrò a voi e allora sarete nella gioia» (cf. Gv 16,17.22). Ma tra quei discepoli manca Tommaso, il quale nel quarto vangelo è presentato soprattutto come colui che è, per così dire, morsicato dal bisogno di vedere l’esito della sequela di Gesù, di vedere la fine. Noi diciamo che Tommaso è incredulo, ma forse non è neanche vero: è semplicemente un credente come siamo noi, che vogliamo vedere la fine. Vi ricordate che, al momento della resurrezione di Lazzaro, nell’ora in cui Gesù decide di andare da Lazzaro morto nonostante l’ostilità dei giudei, Tommaso dice: «Andiamo a morire con lui» (Gv 11,16). Durante l’ultima cena, poi, Gesù dice che sta per andarsene e Tommaso vuole sapere dove va, vuole sapere la mèta (cf. Gv 14,5). Allora Gesù gli risponde: «Io sono la via» (Gv 14,6). «Io sono la via»: prima di tutto bisogna imboccare questa via dietro a Gesù e non pretendere di conoscere come andrà a finire la sequela. Non è vero che per conoscere la via occorre conoscere la mèta: questo è ciò che pensa Tommaso e che pensiamo anche noi. Per andare dietro a Gesù occorre invece percorrere la sua via, la sequela, il cammino che lui ha percorso. Prima viene la sequela, la strada, non la conoscenza della mèta e neppure la conoscenza delle tappe. Dove è stato Gesù saremo anche noi, ma in quale situazione non possiamo assolutamente saperlo.

Ebbene, nell’ottavo giorno dalla resurrezione di Gesù Tommaso è presente, sempre caratterizzato dal suo slancio per conoscere la mèta. Gesù si presenta e gli offre semplicemente, ancora una volta, il cammino. Gli presenta le sue piaghe, gli presenta le sue stigmate, e solo davanti a quelle stigmate Tommaso cade in ginocchio – non dimentichiamolo – cade in ginocchio, adora, e fa la confessione più decisiva e più chiara di tutto il Nuovo Testamento. Mai nel Nuovo Testamento Gesù è proclamato chiaramente Dio, se non qui, dove Tommaso gli dice: «Mio Signore e mio Dio!». Ecco, è molto importante che questa sera noi comprendiamo che la sequela, il cammino, senza sapere dove noi saremo portati, è la via che Gesù ci propone.

Ed è all’interno di questo contesto, di questo cammino di sequela, che noi viviamo questa sera l’accoglienza di un fratello: l’accoglienza di Giandomenico, che viene accolto nella nostra comunità liturgicamente, che entra nella nostra alleanza. E Giandomenico può fare questo solo seguendo il Signore Gesù, perché è disposto a seguirlo – come dice l’Apocalisse – «ovunque l’Agnello vada» (Ap 14,4). Giandomenico non sa dove lo porterà questa sequela, non sa le tappe che lo attendono: gli basta essere dietro al Signore, e questo è ciò che noi, ciascuno di noi, nella sua povertà cerca di vivere. Ma questo significa per noi che lo accogliamo qualcosa su cui dobbiamo sempre interrogarci. Da un lato – l’ho detto più volte – io mi rallegro più che mai quando un nuovo fratello è accolto nella nostra comunità; d’altro lato sono sempre preso da una certa trepidazione, non solo guardando la mia personale indegnità del dono di un fratello, ma anche pensando alla nostra comunità. E le domande che mi faccio sono sempre le stesse: noi come comunità seguiamo davvero il Signore nella sua passione, morte e resurrezione? Noi come comunità continuiamo a essere un luogo di sequela del Signore, oppure rischiamo di permettere o addirittura di fare altri cammini che non siano la sequela di Gesù? Ciascuno di noi aiuta il fratello a camminare in questa sequela? E noi questa sera ci impegniamo a camminare con Giandomenico guardando sempre al Signore trafitto, fino a portare nei nostri corpi i segni della passione di Gesù? Come si può questa sera non pensare alle parole di Paolo alla fine della lettera ai Galati, dove l’Apostolo arriva a confessare: «Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17)? Certamente in Paolo non si trattava di ferite alle mani e al costato, ma il suo corpo era segnato dalle fatiche apostoliche, era segnato da tante contraddizioni. Possiamo dire un poco anche noi, con molta discrezione e umiltà, che facciamo almeno attraverso i nostri corpi un riferimento al Signore?

Sono domande che noi ci dobbiamo fare. D’altronde la nostra Regola commenta proprio le parole di Gesù: «Dove sono io, là sarà anche il mio servo» (Gv 12,26), l’unica promessa che questa sera risuona e che io vorrei lasciare in eredità a Giandomenico. Dice la nostra Regola: «Solo seguendo Cristo nel suo cammino ti identificherai a lui per ritornare al Padre» (RBo 6). Gesù è la via, e per giungere alla comunione piena con Gesù nella resurrezione bisogna imboccare la via che lui ha percorso. Per andare a Gesù occorre che noi abbiamo sempre lo sguardo fisso su di lui (cf. Eb 12,2), lo sguardo della fede, e che camminiamo senza mai fermarci, senza mai sostare, come Abramo che non sapeva dove andava (cf. Eb 11,8). Ma Abramo si fidava della parola del Signore, e noi possiamo fidarci del cammino fatto da Gesù, che è addirittura il racconto del Padre (cf. Gv 1,18).

In questa sera di grande gioia, io vorrei dire un grande grazie ai genitori di Domenico. Vorrei ringraziarli non solo perché hanno dato la vita a Domenico (come lo hanno chiamato, con questo bel nome; Giandomenico lo chiamiamo noi, mettendo solo davanti il nome di Giovanni, che per noi monaci è il nome del nostro profeta), ma soprattutto per aver cresciuto Giandomenico come uomo e come cristiano, serio e maturo. Fate un grande dono al Signore e lo fate anche alla nostra comunità. Ringrazio tutta la famiglia di Giandomenico, di cui una buona parte è qui: siamo contenti che siano testimoni di questo suo impegno. Ringrazio anche quanti lo hanno seguito spiritualmente nel suo cammino, lo hanno accompagnato nel maturare la sua vocazione e la sua scelta. Il Signore è davvero risorto, e se ci deve essere una prova del fatto che lui è vivente, basta vedere che passano gli anni, i secoli, ma c’è ancora qualcuno che vuole ancora seguirlo: questo è possibile solo se il Signore è davvero vivente e sta in mezzo a noi. Ecco la nostra gioia, non dobbiamo avere paura.

ENZO BIANCHI