A Igreja encontra a sua missão no serviço da Palavra de Deus

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Lourdes, 26 Outubro 2007
O Deus biblico é o Deus uno que se revela: não é alcançável pelo esforço humano de elevar-se até Ele e de o conhecer  mas revela-se, isto é, dá-se por sua iniciativa e vontade (texto integral em italiano)

Conferenza inaugurale del priore di Bose, ENZO BIANCHI tenuta a Lourdes il 26 ottobre in occasione di Ecclésia 2007, un raduno di 7500 catechisti e operatori pastorali di tutte le diocesi della Francia con la partecipazione di 40 vescovi della Conferenza Episcopale Francese.

Le lectio divine e la meditazione sul Padre Nostro

1. IL DIO CHE PARLA

1. Dio è comunicazione

Il Dio biblico è il Dio Uno che si rivela; non è raggiunto dallo sforzo umano di elevarsi a lui e di conoscerlo, ma si rivela, cioè si dona per sua libera iniziativa e volontà. Egli non è definito in termini essenzialistici filosofici, ma relazionali: è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. È il Dio dei padri. Rivelandosi, egli precede e fonda l’esperienza che l’uomo può fare di lui. In particolare, il Dio biblico si rivela mediante la parola: egli è il Dio che parla e parlando chiama l’uomo all’ascolto e alla relazione. Per la Bibbia questa relazione si chiama alleanza.

Dio parla e la sua parola manifesta la sua potenza negli ambiti della creazione e della storia. La parola di Dio è creatrice (Gen 1,3ss.; Sal 33,6.9; Eb 11,3) e instauratrice di storia. Non a caso il termine ebraico davar, normalmente reso con “parola”, significa anche “storia”, “gesta”, “eventi”, “fatti” (1Re 11,41; 14,19.29; 15,7.23.31; ecc.). La parola, il davar, è essenzialmente una realtà teologica, è rivelazione di Dio, è l’intervento di Dio nel divenire del mondo, è il dirsi di Dio che sempre si accompagna all’invio del suo Spirito, la ruach, e diviene così il suo darsi, l’atto con cui egli instaura una presenza dialogica che incontra l’uomo nella berît, nell’alleanza.

Il Dio che parla è dunque comunicazione. Questo significa la contemporaneità di rivelazione della Parola e dello Spirito che si manifesta fin dalla prima pagina della Bibbia con la narrazione della creazione che avviene mediante la parola (“Dio disse…”: Gen 1,3ss.) e sotto la guida dello Spirito (“Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”: Gen 1,2). Fondata sull’osservazione antropologica elementare dell’osmosi tra parola pronunciata dall’uomo e alito o soffio che la sostiene e porta, la Parola e lo Spirito sono parte di un unico atto di comunicazione di Dio. La Parola è anche Spirito. E per la Bibbia lo Spirito è la libera volontà di comunicare e trovare comunione con l’uomo. Volontà che trova la sua oggettivazione e specificazione nella Parola.

Dunque, fondamento di tutta la Bibbia è che Dio parla. L’uomo biblico entra dunque nella relazione con Dio mediante l’ascolto. Egli cammina alla luce della fede, non della visione (cf. 2Cor 5,7) ed è solo nell’ascolto che può avvenire l’incontro con Dio. L’ascolto è costitutivo di Israele come popolo di Dio: “Ascoltate la mia voce, eseguite tutto ciò che vi ho comandato, allora voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ger 11,6).

2. Gesù, parola definitiva di Dio

La storia di Dio con l’umanità è la storia del suo parlare agli uomini che trova il suo vertice in Gesù Cristo, parola definitiva di Dio all’umanità, ovvero parola che dice tutto, che comunica pienamente la volontà di Dio verso gli uomini. “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Dire che Gesù è la Parola di Dio, significa dire che egli ne è il volto, la narrazione, la rivelazione: tutto ciò che noi possiamo sapere e dire su Dio si trova in Gesù Cristo: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Rispondere a questa parola entrando nel dialogo iniziato da Dio è ciò cui è invitata l’umanità: la missione della chiesa consiste nel farsi eco di tale parola perché ogni uomo possa ascoltarla come rivolta a sé, come parola salvifica, e lasciarsi illuminare da essa. Così va intesa la parola di Gesù che invia i discepoli nella missione di far discepole tutte le genti (Mt 28,19-20): si tratta di annunciare la parola di Dio condensata in Gesù perché essa generi il credente alla relazione con il Dio Padre per mezzo del Figlio nella forza dello Spirito santo.

Se Gesù è la Parola di Dio, su di lui riposa lo Spirito di Dio, fin dalla concezione nel grembo di Maria (Lc 1,35). Orami la Parola, il Lógos che era presso Dio ed era Dio (Gv 1,1), si è fatta carne (Gv 1,14) nascendo da donna (Gal 4,4) grazie allo Spirito santo, e tutta la vita di Gesù, fino alla morte e alla resurrezione, è la parola di Dio, ovvero è quanto Dio vuole dire e comunicare all’umanità. Memoria di questa centralità è, nella chiesa, l’eucaristia, celebrazione sempre rinnovata della comunicazione di Dio all’uomo nel dono di Cristo. Nell’eucaristia, narrazione della vita divina comunicata all’umanità, Cristo raggiunge i suoi figli come parola e come pane per sostenere e guidare la loro esistenza quotidiana. E nell’eucaristia la chiesa si pone totalmente sotto la signoria della Parola che viene ascoltata, proclamata, celebrata, annunciata, manducata perché l’essere tutto della chiesa sia innestato nel mistero della parola che è ormai il mistero pasquale, il mistero di Gesù crocifisso e risorto.

3. La parola di Dio tra forza e debolezza: il dialogo

La Scrittura proclama a più riprese l’efficacia e la potenza della parola di Dio. Ma va subito specificato che la sua efficacia non è magica, ma si dispiega nella fede del credente, e che la sua potenza trova la sua manifestazione suprema nel paradosso dell’estrema debolezza del Crocifisso: “la parola della croce” (1Cor 1,18). Anzi, fin dalla prima pagina della Bibbia, che ci presenta l’efficacia della parola che, pronunciata da Dio, crea il mondo e tutti i viventi, essa appare anche mite. Per instaurare l’armonia voluta da Dio, la parola divina non elimina la tenebra e il caos, ma vi mette ordine separando, distinguendo, assegnando limiti e tracciando confini. La parola di Dio non distrugge, non elimina, non esclude, ma crea ordine nel caos, fa splendere la luce nelle tenebre, dona una forma all’informe. La potenza della parola di Dio si manifesta come pazienza, come accoglienza del negativo e come apertura ad una storia necessariamente dialettica, non come intolleranza o rimozione del negativo. La forza della parola di Dio è una forza mite: creando l’uomo Dio si espone alla libertà e all’alterità umana accogliendole con pazienza e mitezza. La forza di Dio si manifesta nel suo mettere dei limiti alla propria forza. La mitezza è la capacità di addomesticare la propria forza e di porla a servizio dell’incontro con l’altro.

Ora, la mitezza della parola trova la sua manifestazione nel dialogo. Proprio ciò che non avviene tra Caino e Abele e che conduce all’omicidio. La parola interposta tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo è il luogo della mitezza. E questa parola interposta è il dialogo (dià-lógos). Cristo, come parola interposta tra Dio e l’umanità, è il luogo del dialogo e dell’incontro tra Dio e gli uomini. Come parola fatta carne egli è anche mitezza fatta persona (Mt 11,29). La mitezza di Cristo quale parola fatta carne è indicazione di un metodo imprescindibile della chiesa nella sua missione di evangelizzazione: il dialogo. Paolo VI ha ben compreso ed espresso il carattere mite del dialogo e la dimensione ecclesiologica del dialogo stesso, costitutiva della Chiesa. “La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio… Carattere proprio del dialogo è la mitezza, quella che Cristo ci propose d’imparare da lui stesso: ‘Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore’ (Mt 11,29); il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente, è generoso” (Ecclesiam suam).

Dal Dio che parla deriva alla chiesa non solo la missione di annunciare al mondo la sua parola, ma anche la via e il modo di tale annuncio: la mitezza, la dolcezza, il rispetto (cf. 1Pt 3,15). La parola di Dio, contenuto che la chiesa deve annunciare, è per la chiesa anche una modalità, una forma precisa di tale annuncio: non si può annunciare la parola mite che è Cristo con toni arroganti, violenti, intolleranti o irrispettosi. La parola annunciata e testimoniata, parola che è Cristo, richiede evangelizzatori miti, richiede e tende a plasmare una chiesa forte della forza della mitezza.

2. LA CHIESA SERVA DELLA PAROLA DI DIO

1. Chiesa che ascolta, chiesa che annuncia

“Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans” (“In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia”): le parole iniziali della Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione del Concilio Vaticano II (Dei Verbum) hanno una valenza ecclesiologica fondamentale in quanto esprimono una dimensione costitutiva dell’essenza e della missione della chiesa. La chiesa è abitata dal duplice movimento di ascolto (audiens) e di proclamazione (proclamans) della parola di Dio. Solo un’ecclesia audiens può anche essere ecclesia docens perché la parola che la chiesa annuncia e testimonia non è sua, ma di Dio. “Non vi è nessun dubbio: la Parola di Dio è al primo posto. Soltanto per suo tramite possiamo comprendere la Chiesa” (card. Walter Kasper). Il nome stesso della chiesa (dal greco ekklesía, che rinvia al verbo kaleîn, “chiamare”, e indica l’insieme delle persone convocate e radunate dalla parola di Dio) la pone in diretta continuità con il Dio che parla: la parola di Dio è alle radici dell’esistenza della Chiesa e rappresenta l’orizzonte della sua missione nel mondo. Di questa Parola la chiesa non è padrona, ma serva e discepola ed è l’ascolto che la rende serva (come Maria, la madre di Gesù, che, al momento dell’annunciazione, così risponde alle parole dell’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, mi avvenga secondo la tua parola”: Lc 1,38) e la rende discepola (come Maria, la sorella di Marta, quando, “sedutasi ai piedi del Signore ascoltava la sua parola”: Lc 10,39). Commentando l’incipit della Dei Verbum, scrisse il teologo Joseph Ratzinger nel 1967: “È come se l’intera esistenza della chiesa si trovasse raccolta in questo ascolto da cui solamente può procedere il suo atto di parola”.

2. L’ascolto e la lectio divina

Il servizio della parola di Dio va dunque inteso anzitutto come un divenire servi di tale parola mediante la fatica quotidiana di un ascolto sempre rinnovato e perseverante nel tempo. Ogni credente, e in particolare ogni catechista è chiamato a divenire, secondo le parole dell’evangelista Luca, un “servo della parola” (Lc 1,2). Questo ascolto trova un suo momento imprescindibile nella lectio divina, ovvero in quella forma di lettura della Scrittura che si trasforma in ascolto di una parola attuale e in contemplazione di una presenza vivente. Teologicamente fondata sul fatto che la Scrittura contiene la parola di Dio, ma che quest’ultima non coincide con la Scrittura e non ne è esaurita, la lectio divina è un’arte di incontro con il Signore attraverso il testo biblico che consente alla centralità ritrovata della Bibbia nella chiesa cattolica grazie al Concilio Vaticano II di divenire realtà. Si tratta infatti di un tipo di lettura estremamente duttile e accessibile a ogni credente. Il papa Benedetto XVI ha manifestato la sua profonda convinzione che la lectio divina sta alla base di una rifioritura della fede e della vita ecclesiale: “Vorrei raccomandare l’antica tradizione della lectio divina: l’assidua lettura della Sacra Scrittura accompagnata dalla preghiera, realizza quell’intimo colloquio in cui, leggendo, si ascolta Dio che parla e, pregando, Gli si risponde con fiduciosa apertura del cuore (cf. DV 25). Questa prassi, se efficacemente promossa, recherà alla Chiesa – ne sono convinto – una nuova primavera spirituale” (Udienza ai partecipanti al Congresso Internazionale “La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa” – Roma, 14-18 settembre 2005).Analoga convinzione egli esprimeva nel discorso al consiglio delle Conferenze episcopali europee del 1995: “Come è possibile ascoltare la voce di Dio? La risposta è semplice: ascoltiamo Dio ascoltando la sua parola dataci nella Sacra Scrittura. Sono convinto che la lectio divina sia l’elemento fondamentale nella formazione del senso della fede”. Si coglie qui un compito e un impegno per ogni catechista: divenire un servo della parola attraverso l’assidua frequentazione della parola di Dio nella Scrittura. Senza questa robusta base spirituale e senza questo radicamento nella parola di Dio non vi potrà essere alcun annuncio efficace.

3. Il catechista come testimone

L’annunciatore autentico, l’evangelizzatore, è un testimone. Senza il coinvolgimento esistenziale che rende l’ascoltatore un testimone che lascia dispiegare in sé la potenza della parola, l’attività di predicazione e catechesi è destinata alla sterilità. Infatti diventa “vano predicatore della parola di Dio all’esterno colui che non l’ascolta di dentro” (Agostino, Serm. 179; PL 38,966). La credibilità dell’annuncio passa anche attraverso questo coinvolgimento personale per cui ciò che il catechista annuncia è anche ciò di cui vive.

4. Chiesa e profezia

La chiesa non predica se stessa, ma la parola di Dio (cf. 2Cor 4,5: “Noi non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo Signore”). E l’annuncio della chiesa è autentico in quanto è un parlare, annunciare, celebrare, vivere e testimoniare la parola di Dio. Non una parola su Dio, ma la parola di Dio (1Ts 2,13). Occorre dunque che il catechista vigili a non manipolare la parola, a non banalizzarla, a non confonderla con le parole alla moda, a non abbassarla al livello delle proprie parole. Ne andrebbe del carattere profetico della missione della chiesa. Saper dire oggi la parola eterna di Dio, saper annunciare oggi il “Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), saper declinare nell’oggi “l’evangelo eterno” (Ap 14,6) è il proprio della missione della chiesa ed è la sfida che il catechista è chiamato a raccogliere. E questo lo impegna in un compito di intelligenza creativa e, al contempo, fedele. Il discernimento dei segni dei tempi non è operazione facile e non è il risultato di rilevamenti sociologici. Sempre di tratta di un’operazione spirituale. In particolare, mi pare che oggi chi annuncia l’evangelo sia chiamato a farlo tenendo presente e prestando un profondo ascolto all’umanità delle persone a cui si rivolge. Mostrare come la parola di Dio e la persona di Cristo hanno molto da dire alla vita umana, come sanno orientare l’umano e valorizzarlo, aiuterà il catechista a presentare Cristo come “via, verità e vita” (Gv 14,6) in modo credibile. Dunque l’evangelizzazione e la catechesi si accompagnino a una grande attenzione all’umano, alle sue potenzialità e alle sue debolezze, alle sue ferite e sofferenze, alle sue problematicità, così come alle sue bellezze e alle sue gioie. E senza mai giudicare, ma sempre sapendo correggere e orientare con fermezza e dolcezza. Questo è essenziale in particolare davanti ai giovani che devono trovare tempo e modo di dire se stessi, la propria problematica umana, per poter poi anche accedere a un’adesione alla parola e alla persona di Gesù. La parola di Dio che è stata narrata dall’umanità di Gesù di Nazaret richiede annunciatori che sappiano viverla e trasmetterla come umanizzante, come capace di aprire un orizzonte e di creare senso a concrete esistenze umane.

Se il profeta è colui che fa segno, la chiesa, obbediente al suo mandato profetico, è chiamata a essere segno e a declinare questa sua vocazione profetica come ‘invenzione del senso’, come reperimento e creazione di senso. Se i teorici del post-moderno ci dicono che le domande che ormai vengono poste, e sempre più lo saranno, riguardano la funzionalità e l’utilità delle cose, delle nozioni e dei saperi (A che serve? È efficace? Si può vendere?), non la loro verità o bellezza, la chiesa può resistere a questa tendenza cercando di porsi quale luogo in cui, in obbedienza alla parola di Dio che dà senso alla storia e al mondo, la domanda sul senso viene custodita come ciò che può veramente umanizzare l’uomo. Se la profezia è storica e sempre usa linguaggi e assume configurazioni differenti nelle diverse situazioni storiche, culturali e geografiche, oggi, nei nostri paesi e nelle nostre chiese, essa deve assumere la forma dell’invenzione del senso, vivendo e trasmettendo la fede come ‘cammino del senso’. Ciò che è in gioco è l’essenza stessa del cristianesimo che vive della promessa di Dio compiuta e rilanciata in Cristo, e dunque anche la ragion d’essere della chiesa che vive della memoria della passione, morte e resurrezione di Cristo come evento e promessa di salvezza per l’umanità. Mai come oggi risuonano con forza le parole di Dietrich Bonhoeffer: ‘Il concetto non biblico di “senso” è solo una traduzione di ciò che la Bibbia chiama “promessa”’. Nel Nuovo Testamento questa promessa assume il nome e il volto del Cristo e chiede che le comunità cristiane sappiano narrare il Cristo ‘che ci insegna a vivere’ (Tt 2,12), che dà direzione, finalità, significato e bellezza al vivere umano. Onorare il Cristo che in-segna a vivere significa trasmettere simboli e chiavi ermeneutiche della realtà, ricordare che l’uomo è uomo se continua a interrogarsi su di sé, a riflettere sulla morte, ad accettare come costitutivi gli enigmi che scopre in sé, a vedere nell’incontro e nella relazione con l’altro la bellezza possibile dell’esistenza, a cogliere se stesso come compito da realizzare; significa valorizzare la dimensione sapienziale della Scrittura e della stessa figura di Cristo, significa mostrare nella propria vita che Cristo è motivo sufficiente di vita, che uomini e donne possono radunarsi e vivere insieme una vita umanizzata nel nome di Cristo, per amore di lui e a causa sua. Significa ricordare che Cristo, dunque l’Evangelo, la promessa del Padre, la parola di Dio, può divenire motivo per dare la vita e per affrontare la morte, può dare un senso alla morte dopo aver dato senso alla vita. E forse la profezia più radicale del cristianesimo è che la morte non ha l’ultima parola, ma la Parola di Dio può richiamare alla vita i morti. Annunciare il Cristo risorto quale parola ultima e salvifica di Dio all’umanità, questo il compito profetico perenne della chiesa.

5. Un parola che suscita comunione

Dal Dio che parla alla chiesa che annuncia la parola di Dio rivelatasi definitivamente nell’uomo Gesù Cristo si stabilisce un movimento di comunicazione e di comunione. È quanto espresso con densità teologica dal prologo della prima lettera di Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito,ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo (Lógos) della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv 1,1-3). Se “comunione”, koinonía, definisce la vita del Dio trinitario e la profondità del suo mistero, la chiesa non può che essere attraversata dalla medesima vita per poter narrare credibilmente Dio. In effetti, “la chiesa è la comunione sempre rinnovata di uomini e donne che ascoltano e testimoniano la Parola di Dio” (Karl Barth). Sotto il primato della parola di Dio, la chiesa si lascia abitare dalla vita divina e diviene come un sacramento della sua presenza strutturandosi in comunione. In quanto comunione la Chiesa è immagine dell’umanità riconciliata e profezia del Regno. In questo modo la chiesa non appare semplicemente soggetto di evangelizzazione, ma diviene lei stessa vangelo; non si limita a compiere il suo servizio di annunciatrice della parola di Dio, ma diviene lei stessa memoria vivente della parola di Dio. Cosa che emerge in tutta la sua potenza spirituale nel momento in cui la chiesa celebra l’eucaristia.

Enzo Bianchi