The Lord's Transfiguration


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Proprio in questa festa noi celebriamo anche la professione monastica solenne e definitiva di alcuni nostri fratelli e di una nostra sorella. È la celebrazione della nostra alleanza tra di noi e con il Signore, è il nostro «Amen» alla chiamata di Dio e alla comunione di fratelli e sorelle che ci impegna a vivere insieme fino alla morte. Quello che molti di voi hanno celebrato nel matrimonio cristiano, stringendo un’alleanza tra sposi e con Dio che ne è il garante, ebbene questo gesto di alleanza noi monaci lo viviamo nel celibato e nella comunità. Ci vogliono molta audacia, molta fede e molta speranza per fare ciò che questa sera celebriamo, soprattutto oggi che la parola data è facilmente smentita, oggi che il primato va alla realizzazione di sé senza gli altri e sovente contro gli altri, oggi che gli esempi che ci stanno alle spalle, nella nostra storia, sembrano farci diffidare della possibilità di una vita per sempre offerta al Signore insieme. E tuttavia, cercando di vedere le realtà invisibili (cf. Eb 11,27), noi non temiamo e crediamo che Dio è fedele anche quando i chiamati da lui diventano infedeli. Cristo è la roccia che ci accompagna (cf. 1Cor 10,4), roccia di saldezza, e perciò noi non veniamo meno ma andiamo avanti fidandoci di lui; canta l’Apostolo Paolo: «Se noi diventiamo infedeli, Cristo resta fedele, perché non può smentire se stesso» (2Tm 2,13)! D’altronde, la nostra vicenda è stata anche quella vissuta da Gesù, in una vita comune con una ventina tra fratelli e sorelle, per tre o quattro anni: uno lo ha tradito, uno lo ha rinnegato e si è pentito, quasi tutti gli altri sono fuggiti alla sua morte e lo hanno lasciato solo… E dovrebbe andare meglio a noi? A noi che non abbiamo né la grazia né le forze di Gesù? A noi che non abbiamo neanche la fortuna – permettetemi di dire – di una vicenda comunitaria di soli tre o quattro anni?
Ecco allora la libertà con cui viviamo questa liturgia della professione: non siamo noi a fare qualcosa, ma è lo Spirito santo che agisce in noi e porta a temine ciò che noi sappiamo solo incominciare (cf. Fil 1,6), o meglio predisporre. Permettetemi ora una parola a ciascuno dei nostri fratelli che questa sera emettono la professione definitiva:

  1. a Emiliano, che è approdato qui nella sua ricerca intensa di Dio, come ieri sera per telefono mi diceva il suo precedente vescovo Diego Bona che lo conosce bene; questa sera c’è qui il vescovo attuale della sua chiesa locale di Saluzzo, Giuseppe Guerrini, che ci dice la presenza della chiesa di fronte alla quale emettiamo la nostra professione monastica;
  2. a Luigi, anche lui venuto qui dopo aver cercato una via di offerta della sua vita, del suo corpo e della sua intelligenza al Signore; sappiamo che questa sera pregano in modo particolare per lui i monaci della comunità di Simonos Petras sul monte Athos, con i quali ha avuto la grazia di trascorrere un lungo tempo;
  3. a Gianmatteo che, non posso dimenticarlo, è venuto qui a sette anni per seguire i corsi biblici fatti ai bambini, e io sono stato il suo maestro; poi è cresciuto ed è tornato qui quale presbitero della chiesa;
  4. a Elisabetta che, cercando una vita comunitaria, una vita di amore fraterno, ci ha trovati: tra noi è sbocciato l’amore fraterno, è sbocciata la volontà di comunione, e adesso lei compie pienamente il suo desiderio di comunità come monaca in mezzo a noi.