Ho bisogno di mitezza!

Foto di Nguy N Hi P su Unsplash
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17 ottobre 2026

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,24-28 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 24«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo:  L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!».


“Signore mio Dio, in te mi rifugio
salvami e liberami da chi mi perseguita
altrimenti mi sbranerà come un leone
mi divorerà e nessuno mi libererà.” (Sal 7, 2-3)

“Perché dunque ho consegnato me stesso alla morte, attraverso il fuoco, la spada e le belve? Ma, vicino alla spada, vicino a Dio! Insieme alle fiere, insieme a Dio! Solo nel nome di Gesù Cristo ciò è possibile.” (Lettera agli Smirnesi 4,2)

La domanda e la risposta di Ignazio di Antiochia: “Perché? …vicino a Dio,insieme a Dio” sono della stessa lunghezza d’onda di Gesù: “Padre salvami da quest’ora?” “Proprio per questo sono giunto a quest’ora” (12,27). 

Gesù si interroga prima di vivere, in modo originalissimo - “odiando la propria vita” (12,25) - la sua ultima “Pasqua a Gerusalemme” (Cf. 11,55).

Proprio “quest’odio della propria vita” che accomuna Ignazio a Gesù fa “conservare”, fa diventare la “vita” “eterna” (12,25), fa intervenire “il Padre” che “onora” ogni uomo o donna che attua la chiamata di Gesù alla “diaconia” (12,26).

Come ci insegnano “il chicco di grano” (12,24), il frumento (cf. Mt 3,12) e il pane (6,32) maestri di Gesù, e maestri di Ignazio, “molto frutto” può prodursi, come sempre in natura, grazie a “chi fa crescere, Dio” (cf. 1Cor 3,7), ma insieme proprio attraverso “la propria caduta” e “la propria morte”. 

Rinunciare a “quest’ora”, che consiste nel “cadere” e “morire”, è rinunciare a essere vicino, insieme a Dio. Quindi, perché ciò non avvenga, Ignazio sa che è necessaria quell’azione irricevibile che è “essere macinati”. Scrive Ignazio “Io sono frumento di Dio e sono macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro di Cristo!” (Lettera ai Romani 4,1).

Dio lo si incontra diventando sua “somiglianza” (cf. Gen 5,1) di cui siamo improntati dall’inizio, somigliantissimi a Lui, proprio nel nascere e nel morire.

Quel nascere e morire attuato come atto di amore, paradossalmente “odiando la propria vita”, cosa significa nel profondo?

Ascoltiamo una risposta di Ignazio: “Comprendo molte cose di Dio, ma modero me stessoper non perdermi vantandomi” (Lettera ai Trallesi 4,1).

Ignazio ha compreso quello che anche Paolo evidenzia scrivendo ai cristiani di Filippi: “Molti …si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra” (cf. Fil 3,18-19). Anche Gesù sottolinea ed evidenzia il pericolo che “chi ama la propria vita in questo mondo la perde” (12,25).

Prosegue Ignazio spiegando cosa significhi “odiare la propria vita”: “Ho bisogno di mitezza! Grazie ad essa il principe di questo mondo viene distrutto!” (Lettera ai Trallesi 4,1)

Ignazio ha capito, ha cercato e poi soprattutto ha vissuto la porta stretta della mitezza, la condizione sine qua non perché si realizzi il pentimento. La liberazione dell’orante e di Ignazio, “Signore salvami e liberami” (Sal 7,2) può diventare anche la nostra ma la chiave è per lui e per ciascuno solo quella conquistata nella dura lotta del disarmo di sé, della discesa a terra nella mitezza, delle lacrime del pianto del pentimento.

“Signore mio Dio,
se c’è violenza nelle mie mani
se ho ripagato con il male il mio amico
se a torto ho spogliato il mio avversario,
Il nemico mi insegua e mi raggiunga
calpesti fino a terra la mia vita
trascini nella polvere il mio onore”. ( Sal 7, 4-6)

fratel Giuseppe