Il pericolo di non attendere più nulla
21 ottobre 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 12,39-48 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 39«Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
41Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42Il Signore rispose: «Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
47Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Nei primi secoli la chiesa attendeva con grande fervore il ritorno del Signore; era presente nelle comunità cristiane una forte tensione escatologica alimentata anche dalle persecuzioni. In una situazione di sofferenza si attende con più forza la liberazione.
È ciò che accadeva anche nella chiesa di Cartagine, al tempo in cui era vescovo Cipriano (III secolo). Durante la persecuzione ordinata dall’imperatore Decio molti cristiani avevano testimoniato con il dono della vita la loro fede nel Signore, altri erano stati esiliati o incarcerati. Al ritorno della pace, Cipriano da vero “amministratore fidato e prudente” che sa dare la razione di cibo a tempo debito, avverte che un pericolo ben più grande minaccia la comunità cristiana, un avversario insidioso e ben più pericoloso della persecuzione.
Scrive ai suoi fedeli: “Occorre temere e guardarsi di più dal nemico che si avvicina di nascosto quando cerca di serpeggiare per vie segrete, offrendo in apparenza la pace. Di qui ha preso il nome di serpente; la sua astuzia è sempre la stessa, come lo è la sua arte di fingere e di ingannare gli uomini” (Sull’unità della chiesa 1).
E qual è questo nemico insidioso, ancor più temibile della persecuzione? Per Cipriano è lo spirito di mondanizzazione che si insinua nella comunità cristiana, è il venir meno della vigilanza, dell’attesa del Signore, fino a pensare come il servo della parabola “Il mio padrone tarda a venire” (Lc 12,45). “Nessuno più pensa alle realtà future, al giorno del Signore”, ammonisce il vescovo di Cartagine (c. 26). Il tentatore non è Decio, non è l’autorità pubblica che perseguita i cristiani, ma è lo spirito di mondanità penetrato nella comunità cristiana, che conduce inevitabilmente al venir meno della vigilanza e dell’attesa del Signore.
Se quest’orientamento escatologico manca, la chiesa non ha niente di diverso dai tanti collegia religiosa pagani, è un’associazione di beneficenza forse, o un’istituzione umana al pari di tante altre in cui regna la legge del profitto, della prepotenza e dello sfruttamento da parte dei più forti, ma non è la chiesa di Dio. “Fratelli, riprendiamo il nostro fervore con tutte le nostre energie. Destiamoci dal sonno di una pigrizia che dura da tempo e vegliamo nell’adempimento dei precetti del Signore. Comportiamoci come egli ci ha comandato: Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese (Lc 12,35)” (c. 27).
La vigilanza non rende disincarnati. Tutt’altro. È “una virtù politica nel senso più forte del termine” (Paul Valadier). Essa si impone, anche quando gli altri dormono, soprattutto quando gli altri dormono. La calma della notte può ingannare e la sentinella deve vigilare, deve saper discernere i segni del pericolo che si avvicina per mettere in guardia gli altri.
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto” (Lc 12,48). Chi ha avuto “molto” deve usare tutte le sue capacità umane, i suoi talenti, per servire e non per dominare e sfruttare gli altri. La fedeltà a Dio passa attraverso la fedeltà ai propri doni, ai propri carismi, messi a servizio dei fratelli e delle sorelle, degli uomini tutti, nella consapevolezza che tutto ci è stato dato in dono. Voglia il Signore che anche noi possiamo dire come Davide: “Tutto proviene da te: noi dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato” (1Cr 29,14)!
sorella Lisa