Uno sguardo giusto

Foto di Chen Heng su Unsplash
Foto di Chen Heng su Unsplash

27 ottobre 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 13,18-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù 18diceva: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? 19È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
20E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? 21È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».


Le due brevi “similitudini” in forma di “paragoni” (cf. v. 18) che oggi leggiamo e meditiamo, quella del granello di senape e quella del lievito, entrambi elementi minuscoli e leggeri come polvere, ci invitano a guardare la realtà a partire da ciò che è piccolo, piccolissimo. Solo chinandoci attentamente e silenziosamente sul minuscolo, senza perderci in esso, sapremo ascoltarne il discreto messaggio universale… 

E questo sottile messaggio ci parla di uno sguardo nuovo, uno sguardo “altro” sul mondo, uno sguardo unitario che tiene insieme in maniera giusta alcune apparenti – e a volte reali – contraddizioni: frammento e tutto, momento ed eternità, presente e futuro, regno del mondo e regno di Dio, semina e maturazione. Uno sguardo dunque giusto sulla realtà perché è lo sguardo proprio del Dio giusto. 

E le similitudini qui scelte da Gesù fanno ciò parlando di processi di trasformazione, una trasformazione silenziosa e tenace, una trasformazione dagli esiti imprevisti e imprevedibili. Parlano di processi che confondono e riorientano i nostri sguardi sul mondo, sulla chiesa, sulla comunità, sulle nostre relazioni, sul nostro cuore. Parlano di un granello di senape dalla resa sproporzionata in termini di rapporto tra dimensioni del seme e della pianta, di un pizzico di lievito che ha in sé l’inimmaginabile forza di far lievitare una quantità spropositata di pasta.

Si parla, dunque, di punti di partenza e di punti di arrivo, quindi di evoluzioni, di processi di crescita propri del mondo vegetale e biochimico per descrivere processi del mondo umano. E, volutamente nascosto nelle occhieggianti pieghe delle immagini narrative, si presenta lo sguardo di Gesù di fronte a questi processi, lo sguardo che Dio in Gesù ci propone. Lo sguardo di un Dio che, così facendo, ci rivela la grettezza e la piccolezza del nostro cuore impaziente, che non sa dare, a noi stessi e all’altro, il suo tempo di maturazione. Un cuore che di fronte a un Dio paziente, troppo paziente, si rattrista, non capisce, talvolta si ribella. Questa rivelazione di un Dio così paziente dovrebbe riempirci invece di luminosa speranza e di immensa consolazione. 

Eppure… Dio spera in noi, spera sempre! Ci dà fiducia perché ci vede nell’unico sguardo che riesce a tenere insieme ciò che noi non riusciamo a tenere insieme: passato, presente e futuro. Anzi, l’unico sguardo che riesce a vedere più il nostro futuro che il nostro misero presente: lo sguardo dell’amore. L’unico sguardo che non si fissa, ossessivo e preoccupato, sul momento, sul frammento, ma sa vedere, sereno e affidato, il processo, l’evoluzione. 

Saprà il nostro sguardo dilatarsi così, per arrivare ad abbracciare tutto – il nostro cuore, i nostri fratelli e le nostre sorelle, il nostro mondo – vedendolo come una “fucina” in cui silenziosamente, nascostamente, avviene la gestazione del cuore nuovo, dell’uomo nuovo, del mondo nuovo? Sapremo vedere questo tutto come il nido su un albero in cui già si anticipa il canto delle future allodole (cf. v. 19)?

fratel Matteo