Un invito al discernimento
4 novembre 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 14,25-33 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 25una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Il vangelo di oggi ci presenta Gesù risoluto nel mettere in guardia quelli che desiderano vivere con lui. A Gesù non interessa la quantità dei suoi discepoli, ma la loro qualità. Per questo non si lascia abbagliare dalla folla numerosa, ma per ben tre volte quasi scoraggia chi va a lui, dicendo con chiarezza che esistono situazioni che impediscono radicalmente a qualcuno di essere suo discepolo.
Chi non ama Gesù più di tutti i suoi amori (v.26), chi non porta la propria croce e non lo segue (v.27), chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere suo discepolo (v. 33). Gesù non obbliga nessuno a seguirlo, e soprattutto non giudica chi non vuole o non può essere suo discepolo. Egli fa una proposta, ed esorta solo a calcolare bene le proprie forze prima di rispondere alla sua chiamata. Perché la vita è lunga, e la perseveranza quotidiana, cioè il «prendere la propria croce ogni giorno» (cf. Lc 9,23) - come solo Luca precisa altrove - è un lavoro faticoso. Un lavoro che fa parte di quella dimensione ineludibile di ogni vita umana e quindi di ogni relazione d'amore che è la fatica prolungata nel tempo.
È significativo allora che le due similitudini (della torre e della guerra) richiamino entrambe a un lavoro e a una lotta. La costruzione di una torre di difesa, e la conduzione di un esercito in guerra sono entrambe attività che richiedono un attento esame delle risorse a disposizione. Per la sua sequela Gesù chiede una radicalità iniziale, certo, ma lasciare la vita di prima serve esclusivamente a entrare nella logica per la quale ogni giorno c’è qualcosa da lasciare, qualcosa su cui affermare la libertà del vangelo. Perché anche il più piccolo e insignificante oggetto può sempre diventare un idolo e così inficiare le nostre relazioni. Quello chiesto da Gesù è dunque un discernimento che va fatto giorno dopo giorno, per prevenire il rischio che qualcosa o qualcuno che possa prendere un posto assoluto all'interno della vita e diventare un idolo che occupi il posto riservato al Signore.
Ma l’idolo che facciamo più fatica a lasciare tante volte è il nostro Io ipertrofico. Il dramma, se vogliamo, è questo: vale a poco lasciare casa famiglia e campi per poi attaccarsi ad altre cose, al proprio Io che frena ogni possibilità di comunione con gli altri. È uno dei rischi: quello di ritrovarci attaccati a cose cui attribuiamo virtù o doni ma che sono fittizie. Questo perché noi confondiamo spesso i nostri desideri con la realtà, e siamo portati a mettere fiducia solo in ciò che possediamo; ma questo secondo la Bibbia è idolatria.
La qualità degli averi invece si misura quando siamo in grado di condividerli giorno dopo giorno con gli altri. Allora sono veri beni, altrimenti sono solo proiezioni che rispondono a desideri personalissimi e che tolgono inesorabilmente spazio alla presenza del Signore.
fratel Raffaele