“Che cosa farò, ora?”

Foto di Anita Austvika su Unsplash
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6 novembre 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 16,1-8 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù 1diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». 3L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». 6Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». 7Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». 8Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».


“Occorrono orecchi molto robusti per sentirsi giudicare con franchezza; e poiché ce ne sono pochi che possano sopportarlo senza esserne feriti, quelli che s’arrischiano a farlo nei nostri confronti ci danno una singolare prova d’amicizia” (M. de Montaigne, Saggi). 

Anche l’amministratore “disonesto” protagonista di questo racconto ha avuto orecchi robusti in grado di ricevere il giudizio senza appelli del suo padrone che lo ha messo alle strette per le prove di infedeltà nel suo operato. Nella situazione in cui viene a trovarsi, l’amministratore non protesta, non cerca giustificazioni né si lascia scoraggiare, ma immagina una soluzione per assicurarsi un futuro. Con lucidità riconosce i propri limiti: “Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno” (v. 3); poi agisce con astuzia: chiama i debitori e riduce i debiti che avevano nei confronti del possidente, per guadagnarsi il loro favore per l’avvenire, ora che è caduto in disgrazia. La sua reazione suscita gli elogi del padrone, che riconosce in lui scaltrezza e furbizia.

Fin qui il racconto di Gesù, che suscita più di una perplessità perché vi si loda un amministratore disonesto: non certo per l’amoralità del suo comportamento, quanto per la lucidità con cui egli avverte la gravità della situazione e cerca con rapidità e coraggio una via di uscita. Allo stesso modo i discepoli (“i figli della luce”) devono spendersi con la stessa accortezza e intraprendenza per il Regno. Lo capiamo se mettiamo in relazione la parabola con la raccomandazione che Gesù fa quando invia i suoi discepoli in missione: “Siate prudenti (scaltri) come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). 

È la saggezza, l’avvedutezza (ancora lo stesso termine in greco phronimos), di chi costruisce la casa sulla roccia e non sulla sabbia (cf. Mt 7,24), e dunque ha capacità di durata nel cammino di sequela, perché ascolta e mette in pratica le parole del Signore.

“Che cosa farò, ora?” (Lc 16,3). Di fronte alle nostre mancanze e ai nostri scacchi, Gesù ci assicura che siamo sempre in tempo per sanare con il bene il male compiuto. È stato così per Zaccheo, che accolto da Gesù, si scopre come figlio amato (“Anch’egli è figlio di Abramo”) e questa esperienza gli dona un nuovo sguardo su di sé e sul mondo, si accorge che la vita è fatta di fraternità e diviene capace di guardare l’altro con lo stesso amore con il quale è stato visto… o almeno ci prova! Zaccheo prende una decisione molto concreta, destinando parte dei suoi averi ai poveri. Ripara, riporta a giustizia quelle relazioni umane che aveva finora sfruttato, ricercando il proprio tornaconto: “Se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

Capiamo in questa prospettiva le parole che Gesù pronuncia subito dopo la parabola e che ne forniscono una chiave di lettura: “Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,19). La ricchezza può produrre discriminazioni. Gesù, al contrario, invita i suoi discepoli a mutare rotta: “Fatevi degli amici con la ricchezza”. È un invito a saper trasformare beni e ricchezze in relazioni, come ha peraltro fatto l’amministratore infedele, perché il frutto di ciò che abbiamo condiviso rimane per sempre e ci apre la strada alle “dimore eterne”. 

fratel Salvatore