Restituire a Dio ciò che è di Dio
18 ottobre 2026
Matteo 22,15-21 (Is 45,1.4-6; 1Ts 1,1-5b)
XXIX domenica del tempo ordinario
di fratel Luigi
In quel tempo, 15i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglier in fallo Gesù nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Il contesto del vangelo di oggi, come quello delle domeniche precedenti, è ancora quello delle controversie di Gesù con le autorità giudaiche di Gerusalemme durante la settimana pasquale, quando Gesù si sta avviando ormai verso la sua passione. Da una parte, vediamo stringersi attorno a lui le spire degli intrighi, delle trame dei rappresentanti del potere religioso e politico che, trovando un magico accordo nella menzogna che li unisce, al di là dei loro interessi diversi, arriveranno a esigere e ottenere la morte di Gesù. Dall’altra, già vediamo profilarsi all’orizzonte, nelle parole di Gesù, l’annuncio della mirabile fedeltà di Dio, di quel Dio che fa della “pietra scartata dai costruttori” la “pietra angolare” (Mt 21,42) e che nella resurrezione accordata al Figlio amato si conferma come Dio della vita, “Dio dei viventi” (Mt 22,32).
Questi incontri-scontri di Gesù con i suoi avversari – semplici ombre umane che recitano la loro parte e si frappongono come pietre d’inciampo lungo l’ultimo tratto del cammino percorso da Gesù per seguire la “via di Dio” – richiamano la scena iniziale delle tentazioni (cf. Mt 4,1-11). Là il tentatore, il Satana, all’inizio del ministero di Gesù, cercava di insinuare dubbi nel suo cuore di “Figlio amato”, suggerendogli immagini perverse di Dio e uno stile messianico coerente con quelle immagini, uno stile radicalmente opposto a quello che implicitamente egli aveva ricevuto e assunto come proprio nella scena del battesimo, in cui si era fatto solidale e amico dei peccatori (cf. Mt 3,14-17).
Qui, in forma meno appariscente, la tentazione si ripropone. Del resto Gesù lo dice lui stesso ai suoi avversari: “Perché mi tentate?” (v. 18). Non che questi si illudano – come Satana – di scalfire nel suo cuore la fiducia in quel Dio che lo ha condotto e che egli ha seguito fin qui. No, questi uomini di potere, tutti mossi dai loro interessi contrastanti, ma ugualmente a servizio della menzogna del tentatore, non si preoccupano ormai di far cambiare idea a Gesù sulla sua identità profonda di inviato di Dio. Si limitano a cercare di ridicolizzarla mettendolo in difficoltà, per svergognarlo e coglierlo in fallo pubblicamente.
Ai sommi sacerdoti e agli anziani della scena precedente, qui subentrano altri interlocutori, i discepoli dei farisei e gli erodiani, un connubio poco credibile, perché si tratta di uomini che, separati in tutto – ricordiamo che, mentre i partigiani del re Erode Antipa erano compromessi con i romani e cercavano di trarre vantaggi dall’alleanza con il loro potere, come del resto i sadducei, i farisei erano invece ostili al dominio romano e lo ritenevano un castigo di Dio –, di fatto ora si trovano uniti solo dal loro odio contro Gesù (proprio come succederà tra Erode e Pilato nei giorni della passione, quando si dice ironicamente che “divennero amici”, Lc 23,12).
Nella domanda che queste persone pongono a Gesù riguardo al “tributo a Cesare” (il cosiddetto census, cioè la tassa annuale pro capite che i giudei dovevano pagare all’erario pubblico come segno di sudditanza all’impero romano) sono più i sottintesi che le parole esplicite. In pratica gli interlocutori di Gesù cercano di far leva sulle sue rivendicazioni messianiche (a cui di fatto non credono e sono anche ben poco interessati) perché esse entrino platealmente in conflitto con il potere romano.
Se Gesù è il Messia, come testé è stato acclamato dalla folla osannante (cf. Mt 21,9), non dovrà forse dimostrarlo concretamente difendendo i diritti di Dio? Come può ammettere che si versi il tributo all’erario imperiale se, secondo la Legge, il padrone della terra è Dio (cf. Lv 25,23), che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù – evento che proprio nella Pasqua è solennemente rievocato e rivissuto? Pagare il tributo a Cesare non è forse un atto idolatrico? Se davvero Gesù è il Messia, lo dimostri concretamente! “Fino a quando terrai il nostro animo sospeso? Se sei il Cristo, dillo a noi apertamente!” (Gv 10,24), come dicono esplicitamente le autorità giudaiche, secondo il Quarto vangelo, in una scena molto simile.
Ma Gesù non si lascia trascinare nel trabocchetto. Sa che in questo momento ogni sua parola può essere strumentalizzata e usata contro di lui. Sa che, se alla domanda dei suoi interlocutori risponderà di sì, rischierà di inimicarsi il popolo, il quale dal Messia si aspetta proprio la liberazione dal giogo straniero, e che se risponderà di no, potrà essere denunciato come ribelle al potere romano, proprio da quegli erodiani che stanno lì di fronte a lui.
Ed ecco allora che Gesù, con sovrana autorità, si rende padrone della situazione capovolgendola a proprio vantaggio, dimostrando davvero di essere “veritiero” e di “non aver soggezione di nessuno”, come affermano giustamente, pur con intenzione malevola e adulatoria, i suoi interlocutori. Chiedendo loro di mostragli la moneta del tributo, un denaro romano – quel denaro che a quel tempo recava sul recto l’immagine dell’imperatore con l’iscrizione idolatrica: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto, Augusto”, e sul verso: “Pontefice massimo” – Gesù li spiazza e svela anzitutto la loro intima ipocrisia. Sono proprio loro infatti (non Gesù) a possedere quel denaro, dimostrando così di utilizzarlo correntemente (anche e proprio là nel tempio, nella “casa di Dio”, nel “luogo santo” consacrato a lui solo, come si fregiano di ripetere nei Salmi).
Di fatto queste persone non solo rivelano di aver già risolto per conto loro il problema di coscienza su cui interrogano Gesù – così come posseggono il denaro, con ogni probabilità essi pagano tranquillamente il tributo senza farsi troppi scrupoli –, ma sembrano dare “a Cesare” lo spazio che in realtà è “di Dio”, e a Dio quello che è di Cesare.
È proprio questo ciò che Gesù svela, tra l’altro, con le sue celebri parole: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio!” (v. 21). Si renda pure a Cesare quello che gli appartiene, ma ciò che soprattutto importa è di dare a Dio quello che gli compete. Sono parole che eliminano di fatto ogni vera concorrenza tra potere politico e potere religioso, tra regno di Cesare e regno di Dio, perché si tratta di due realtà situate su piani diversi, anche se questo evidentemente non significa che Gesù legittimi incondizionatamente il potere di Cesare, né che in base al vangelo si possa giustificare una santa alleanza “tra trono e altare”, in cui ciascuno dei due sostiene l’altro (come per troppo tempo si è pensato e praticato nel regime di cristianità). Ma sono parole che svelano anche e soprattutto che non si può rendere culto a nessun Cesare e a tutto ciò che rappresenta (potere e ricchezza) se esso pretende di occupare il posto di Dio determinando il senso ultimo dell’esistenza umana. “Io sono il Signore e non c’è alcun altro! Fuori di me non c’è dio” (Is 45,5), come opportunamente ricorda l’oracolo profetico che ascoltiamo come prima lettura.
Altrove Gesù definisce negativamente il denaro “mammona”, con un termine che proviene dalla radice ebraica 'aman, che indica fiducia, affidamento, denunciando implicitamente il rischio di riporre in esso la propria fiducia e la propria sicurezza, invece che in Dio. Perché di fatto, secondo il vangelo, è impossibile per il discepolo servire due “signori” (“Perché, o amerà l’uno e odierà l’altro; oppure preferirà il primo e disprezzerà il secondo. Non potete servire Dio e mammona!”, Mt 6,24). D’altra parte “rendere”, meglio restituire “a Dio ciò che è di Dio” – parole che sono la vera “punta” di tutto il discorso di Gesù – significa che, in quanto credenti, non ci possiamo accontentare di trattare Dio come un re a cui si pagano dei “tributi”, siano essi sacrifici o tasse per il tempio. Come infatti il denaro reca l’immagine dell’imperatore, così l’essere umano fin dalla sua creazione ha in sé l’immagine di Dio (secondo Gen 1,26-27), ovvero il suo volto di amore, che in Gesù ci è stato pienamente rivelato.
“Restituire a Dio ciò che è di Dio” significa allora anzitutto restituirgli interamente la propria vita, e restituirgliela nel rendimento di grazie, in atti e parole, ogni giorno, in ogni occasione e momento. Perché in fondo, per la Scrittura, tutto è di Dio: “Del Signore è la terra e quanto contiene” (Sal 24,1); e: “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). San Francesco di Assisi in piena fedeltà al vangelo, proprio usando il linguaggio della “restituzione”, arriva a scrivere: “E restituiamo al Signore Dio Altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamogli grazie, perché tutti da lui procedono” (Regula non bullata 17,17); e altrove: “Beato il servo che restituisce tutti i suoi beni al Signore Dio, perché chi tratterrà qualcosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del Signore suo Dio, e gli sarà tolto ciò che credeva di possedere” (Ammonizioni 18,2). Ma non dobbiamo neppure dimenticarci che, secondo il vangelo, “restituire a Dio” significa al contempo restituire anche ai fratelli e alle sorelle il nostro vero e unico debito: l’amore reciproco (cf. Rm 13,8), senza che tra amore di Dio e amore del prossimo vi sia alcuna vera concorrenza (cf. Mt 22,37-38). Questa la libertà del cristiano, questo il vero culto gradito a Dio (cf. Rm 12,1)!
Subito dopo la nostra scena, ai farisei e agli erodiani si avvicenderanno i sadducei, per tentare di cogliere in trappola Gesù e mettere in ridicolo la sua immagine di Dio (potrà il suo Dio salvarlo nella morte?). Ma di nuovo Gesù risponderà con la stessa libertà e determinazione richiamando la Scrittura e la potenza del “Dio dei viventi” (Mt 22,32) che è al centro della sua vita di credente e di Figlio. Per Gesù infatti la Scrittura è testimonianza di un amore fedele, più potente di ogni potere terreno, anche di quello della morte. Tanto che altrove nel vangelo egli arriva a dire ai suoi discepoli – rispondendo implicitamente a tutti quei cristiani che cercano condizioni ideali per vivere il vangelo lamentandosi degli strapoteri del Cesare di turno, quasi che non si potesse vivere il vangelo in ogni situazione –: “Non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima” (Mt 10,28). Non temeteli, perché essi non sono in grado di sottrarvi la vostra vera vita, che è nelle mani fedeli di Dio. E da quelle mani nessuno potrà strapparla.