Una relazione che custodisce l'umano

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25 ottobre 2026

Matteo 22,34-40 (Es 22,20-26; 1Ts 1,5c-10)
XXX domenica del tempo ordinario
di fratel Luigi

In quel tempo 34i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». 37Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38Questo è il grande e primo comandamento. 39Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


Il contesto è ancora quello delle controversie di Gesù a Gerusalemme. Ce lo dice quel versetto iniziale che, con poche parole, evoca le trame che si stanno svolgendo attorno a lui, e che di lì a poco porteranno alla sua condanna: “I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per tentarlo...”. L’espressione “si riunirono insieme” che potrebbe sembrare la semplice descrizione di un fatto, contiene in realtà un riferimento preciso, una citazione letterale di Salmo 2,2 LXX: “I principi si sono radunati insieme contro il Signore e contro il suo Messia”, citato in Atti 4,26 in riferimento alla vicenda di Gesù: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù che hai unto, Erode e Ponzio Pilato”.

A queste trame di violenza che si svolgono attorno a lui, Gesù risponde solo con la mitezza della sua parola; in questo caso esponendo addirittura il comandamento dell’amore. Se ci pensiamo bene, è davvero straordinario e quasi paradossale. Anche di fronte a chi fa di tutto per coglierlo in fallo, a chi gli manifesta odio e vuole il suo male, Gesù manifesta l’amore di Dio e del prossimo, “insegnando la via di Dio secondo verità”, senza far distinzioni di persone (cf. Mt 22,16), come dicono di lui proprio i farisei. Così facendo applica alla lettera Levitico 19,8: evita la vendetta e il rancore, ma continuando il dialogo pratica l’amore del prossimo, a fondo perduto, senza alcuna garanzia che questo suo comportamento possa aprire una breccia nel cuore dell’altro.

In questo Gesù è un grande modello per noi. In mezzo ai conflitti occorre evitare sia di far finta di nulla sia di lasciarsi prendere nella logica contrappositiva, ma “sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento per un nuovo processo” (Papa Francesco, EG 227).Tutto questo ci insegna ad assumere un atteggiamento proattivo, come Gesù, che con mitezza accetta di prendere il conflitto su di sé, sulla propria stessa persona, scegliendo di vivere l’amore fino alla fine.

A prescindere dal fatto che la domanda posta a Gesù dal dottore della legge è fatta con intenzione maligna (“per tentarlo”), si tratta comunque di una domanda legittima. Diciamo pure di una domanda essenziale nel cammino di un credente. A quel tempo era comune porre ai rabbi domande di questo tipo. Cercare il “primo” ossia il “principale”, “il più grande” dei 613 precetti della Torah, quello che li riassumeva tutti, era proprio uno dei compiti degli interpreti della Legge, anche se alcuni non ammettevano che ciò si potesse fare, sostenendo che i comandamenti avessero tutti lo stesso valore. Chi lo ammetteva dava soluzioni diverse: molti consideravano come centrale il comandamento del sabato; altri come rabbi Hillel, sintetizzavano la Torah con la regola d’oro (“Ciò che è odioso per te, tu non farlo al tuo prossimo”).

Da parte sua, Gesù risponde al suo interlocutore citando Deuteronomio 6,4 come “primo” comandamento, ma ne aggiunge subito un secondo “simile al primo”, e dice “da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i profeti”, lasciando intendere che, sebbene distinti, sono in realtà due comandamenti indissociabili, che formano un unico principio che dà unità alla Scrittura. L’uno richiama l’altro e non può stare mai senza l’altro. Il primo è il fondamento, l’origine, quello che dà unità al credente che ama Dio con cuore indiviso; il secondo è quello che, aprendo il rapporto agli altri, al prossimo, lo preserva da ogni rischio di idolatria e di narcisismo, in fin dei conti ne certifica l’autenticità. Perché “chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

C’è quindi un ordine nell’amore: un primo e secondo comandamento dell’amore. Eppure entrambi sono “secondi” rispetto all’amore accolto in dono da Dio. Non per nulla le parole di Deuteronomio 6,4, citate integralmente nel parallelo di Marco 12, sono precedute dall’invito al primato dell’ascolto: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Tu amerai...”.

Quindi l’ascolto viene prima, l’accoglienza dell’amore e dell’azione di Dio come Signore nelle nostre vite precede il comando stesso dell’amore: “Noi amiamo [ovvero noi possiamo amare] perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19). E di fatti, per lo stesso Gesù, amare Dio più che “far qualcosa” per lui significa anzitutto lasciarsi amare da lui, “dimorare nel suo amore” (cf. Gv 15,10), accogliere e vivere di quell’amore. Anche da questo punto di vista l’amore di Dio diventa il fondamento dell’amore del prossimo, perché può amare veramente gli altri solo chi si riconosce amato, e amato in modo del tutto gratuito, illimitato e al di là di ogni merito, come solo Dio sa fare.

Pensiamo al Dio misericordioso che “fa piovere su cattivi e buoni” (Mt 5,48), o alla parabola dei due debitori, dove chi ama di più è proprio chi si riconosce perdonato di più (cf. Lc 7,41-43). L’amore di Dio è ciò che colma il cuore del credente e gli permette di “traboccare” in concreto amore fraterno; per parafrasare un detto di Gesù, nasce dalla pienezza di un cuore abitato dall’amore di Dio (cf. Mt 12,34).

Per questo nel duplice comando evangelico dell’amore, come lo troviamo riformulato in Giovanni 13,34 essenziale è il “come io vi ho amati”, che richiama il “come in cielo così in terra” del Padre nostro. E questo non fa che ribadire e trarre le estreme conseguenze di un principio che era già stato posto nella Legge di Mosè: “Siate santi come io sono santo!” (Lv 19,2). Io vi ho manifestato la mia santità attraverso il mio amore per voi: voi fate lo stesso! Ciò che precede è sempre ciò che Dio compie per noi, e che quindi rende possibile a noi agire allo stesso modo.

L’associazione dei due comandamenti di Dio e del prossimo come sintesi di tutta la Torah non era sconosciuta al giudaismo del tempo. Ciò che caratterizza Gesù è la chiarezza della sintesi che egli opera, “senza separazione e senza confusione”, tra amore di Dio e amore del prossimo, oltre all’assoluta centralità che il tema assume nel suo insegnamento. Qui è il centro sulla base del quale ogni comandamento sta o cade. Gesù dice: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti” (v. 40); lett.: stanno appesi, sospesi, la Legge e i profeti. L’immagine è suggestiva perché configura il duplice comando dell’amore come ciò che “sospende”, solleva, “rende leggera” tutta la Legge, secondo le parole di Gesù: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,30). L’amore è una specie di fondamento capovolto, una forza che sostiene tutto dall’alto.

Evocando questa stessa immagine di leggerezza Jacopone da Todi, il grande poeta francescano del ‘200, paragona i due precetti dell’amore a due ali: “Anema che desideri andare ad paradiso.../ De caritade adórnate, ch’ella te dà la vita,/ e dui ale compónete per fare esta salita:/ l’amor de Deo e nel prossimo (ch'è ordenata vita);/ non ne sirai schirnita se va’ con tale amore” (Laude 60).

Il duplice comandamento dell’amore è la chiave di tutte le Scritture. Come dice s. Agostino: “Se uno ritiene di aver compreso le Sacre Scritture o una qualsivoglia parte di esse, ma non in modo tale da edificare con la sua interpretazione questo duplice amore di Dio e del prossimo, vuol dire che non ha ancora compreso” (De Doctrina christiana XXXVI,40). Come a dire: o l’ascolto e la pratica delle Scritture ci conduce a una crescita nell’amore di Dio e del prossimo, o manca il suo vero scopo.

Da questo punto di vista, l’associazione stretta dell’amore di Dio e del prossimo operata da Gesù ci dice anche qualcosa su di lui come persona e sul modo di vivere la fede d’Israele e di leggere le Scritture. È l’espressione più chiara di una convinzione profonda che lo abita e che diventa la chiave interpretativa che egli applica continuamente, ogni volta che si riferisce alla Scrittura, sia quando altri gli pongono domande su alcuni punti delle Scritture (ad es. sul sabato, sulla fedeltà coniugale, sulle leggi di purità…), sia quando egli deve discernere un problema che riguarda la vita di tutti i giorni. Possiamo esprimere questa convinzione in due modi, da due diverse prospettive, anche se si tratta in realtà di un’unica idea. Primo: la volontà di Dio testimoniata nelle Scritture, al di là dell’opacità della lettera del testo che la esprime, non può essere altro che una volontà a favore dell’uomo e per il bene dell’uomo; il Dio di Gesù, di cui egli vive, è infatti essenzialmente un Dio amico dell’uomo. Secondo: l’amore che Dio chiede e che l’uomo gli offre non può mai essere in concorrenza con l’amore per gli altri; Dio infatti non cerca un amore per sé che possa essere contro (o anche solo diminuire) l’umano o che non favorisca l’umano. In definitiva, per Gesù non si dà mai la possibilità di affermare Dio negando l’umano e viceversa. Ecco la vera novità di Gesù.

Di questa sua intima convinzione Gesù dà testimonianza in tutto vangelo, ma è significativo che la sua formulazione più chiara, attraverso il duplice comando dell’amore, sia posta dagli evangelisti proprio a questo punto della sua vita, quando Gesù sta per compiere la sua parabola terrena. Segno che egli è ormai giunto alla piena maturità, e che l’atto di consegna della sua vita nelle mani di Dio che egli sta per compiere è l’ultimo ed estremo frutto della sua consapevole volontà di servire insieme Dio e gli uomini; di essere insieme e in modo indissolubile il servo del Signore che compie la sua volontà e il servo degli uomini “che dà la sua vita in riscatto per i molti” (Mt 21,28).

Questa convinzione che Gesù presuppone ogni volta che cita e interpreta la Scrittura, talora con estrema libertà, non ha però come sorgente ultima la Scrittura. Non è semplicemente frutto del testo letto e interpretato. La sua origine è più profonda, deriva dalla sua personalissima esperienza di fede e di comunione, con Dio e con gli uomini. Dalla consapevolezza che egli ha di sé stesso come Figlio del Padre e Figlio dell’uomo. Con il suo insegnamento Gesù non fa che dar testimonianza dell’unità che ha fatto, o meglio che ha riconosciuto, in sé stesso. In lui Dio e uomo sono pienamente uniti e riconciliati.

Quindi ormai anche noi, grazie a Gesù e in Gesù, possiamo trovare il vero fondamento dell’unità tra amore di Dio e amore del prossimo e direi anche dell’unificazione di tutta la nostra vita. “In Gesù, il nostro fratello e il nostro Dio coincidono, sono la medesima e unica persona ... Talmente grande è la forza del legame che Dio ha contratto con ogni uomo che egli non può più essere separato da alcun volto umano che ci viene dato di scoprire (A. Louf, E Gesù disse: “Bisogna compiere ogni giustizia”, p. 240).