Una vita vissuta a mani vuote

Foto di Killy Kittus su Unsplash
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1 novembre 2026

Matteo 5,1-12a (Ap 7,2-4.9-14; 1 Gv 3,1-3)
Solennità di Tutti i Santi
di fratel Luigi

In quel tempo, 1vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi». 


In questa solennità di “Tutti i santi” siamo chiamati a contemplare e a celebrare nella gioia il mistero della Comunione dei santi del cielo e della terra. Le letture che abbiamo ascoltato, prese tutte e tre dal Nuovo Testamento (come nel lezionario romano capita solo nel tempo pasquale), ci invitano a riscoprire la dimensione della santità nel suo autentico significato evangelico. L’intenzione della chiesa che le propone al nostro ascolto non è certo di negare che nell’Antico Testamento via sia stata una santità o autentiche figure di santi: la tradizione cristiana, del resto, ha celebrato sempre come santi figure bibliche esemplari come Abramo, Mosè o Elia. Ma la scelta sembra dettata piuttosto dalla volontà di sottolineare il fondamento e il carattere cristologico della santità cristiana. Nel regime della Nuova Alleanza è in Cristo, e solo in lui ormai, che si fonda ogni santità. Anche la santità di Dio rivelata nell’Antico Testamento – e di conseguenza quella del popolo dei chiamati – è per così dire “corretta” e assume un volto rinnovato.

Il Dio di Gesù non è più semplicemente il “Dio santo” (qadosh), “separato”, totalmente “Altro”, come il Dio a cui ci si può accostare solo con timore e tremore nel tempio di Gerusalemme (cf. Is 6,1-5). Né è soltanto il Dio santo che chiede al suo popolo di “essere santo” (cf. Lv 19,2), popolo particolare e distinto da tutti i popoli (cf. Dt 7,6). Ora la santità di Dio, per Gesù e per noi suoi discepoli, si manifesta anzitutto come misericordia e superamento della separazione. Il “Siate santi perché io sono santo” (Lv 19,2) sulla bocca di Gesù è riformulato come: “Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36), o anche: “Siate perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto” (Mt 5,48), cioè siate come lui completi, capaci di trascendere ogni parzialità e divisione. Santità dunque non come inattingibile separatezza o irreprensibile purezza, ma come trascendenza di ogni separazione, come amore misericordioso radicalmente disarmato, come quello che Gesù ha vissuto fino alla fine (cf. Gv 13,1), fino a dare la sua vita intercedendo per i suoi uccisori (cf. Lc 23,34).

Al momento della preghiera eucaristica, durante la celebrazione domenicale, quando siamo tutti insieme nella posizione del popolo escatologico dell’Apocalisse, ritto in piedi davanti al trono di Dio e all’Agnello (cf. Ap 7,9), noi cristiani non ripetiamo più solo le parole dei Serafini udite dal profeta nel tempio: “Santo, santo, santo, il Signore Dio dell’universo” (Is 6,3), ma, con un ardire e una franchezza di cui forse dovremmo essere più coscienti, aggiungiamo anche: “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. Come già trasportati in cielo davanti al trono e all’Agnello, completiamo e correggiamo l’inno dei Serafini con queste parole di acclamazione di un antico salmo messianico (Sal 118) che noi riferiamo a Gesù che è venuto, viene e sempre deve venire tra di noi (cf. Mt 21,9; 23,39), perché è lui il Santo di Dio (cf. Gv 6,69), l’uomo in cui Dio tre volte santo ha voluto svelare pienamente il suo volto di santità e dunque di misericordia.

Il fondamento cristologico della santità, per cui si è santi in Colui che “solo è Santo, solo è Signore, a gloria di Dio Padre” – e la nostra festa celebra non tanto i santi in quanto tali, ma l’azione di Dio e di Cristo nei santi –, nelle tre letture proclamate in questa solennità si caratterizza per una coloritura battesimale (evidente soprattutto nei brani di 1Gv e Ap) e si declina in modi diversi. Nell’Apocalisse la santità è partecipazione alla sorte dell’Agnello (cf. Ap 7,14.17), che porta a compimento la promessa di Gesù che ha detto “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano là dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24). Nella Prima lettera di Giovanni la santità è un cammino da ciò che siamo “fin d’ora”, cioè “figli di Dio” (1Gv 3,1), a ciò che saremo, che non è ancora stato rivelato (cf. 1Gv 3,2), ma che già si manifesta nella vita presente come “purificazione”, per effetto di quella “speranza” che attira e opera nel cuore dei credenti (cf. 1Gv 3,3). Nel vangelo, infine, la santità si manifesta come beatitudine, vita piena e benedetta quale Dio l’ha preparata per l’uomo fin da principio, e che già risplende nel volto umano di Gesù, lui che è insieme annunciatore e garante di questa vita beata proposta a ogni essere umano.

Le Beatitudini, infatti, questi straordinari e paradossali annunci di felicità, che ancora una volta oggi riascoltiamo nella liturgia, e rispetto ai quali ci sentiamo sempre inadeguati, perché sempre ci superano, ci descrivono essenzialmente la santità nella forma in cui l’uomo Gesù l’ha vissuta. Una santità che è causa di gioia, nonostante tutto. Pur essendo molto conosciuto, si tratta di un testo che rischiamo sempre di “tenere a distanza”, come se non ci riguardasse in prima persona, come se non parlasse di noi e della nostra gioia – perché di annunci di gioia appunto si tratta –, e ancor prima, della gioia di colui che parla e si fa garante di queste parole: Gesù.

Prima ancora di proclamarla ad altri, Gesù stesso ha conosciuto la beatitudine del povero, dell’affamato, del mite e umile di cuore, di chi costruisce ostinatamente la pace anche di fronte alla violenza e alle persecuzioni, perché in tutte queste condizioni egli ha saputo trovare un senso, nella prospettiva dell’amore. “Le Beatitudini proclamano la grande felicità di Dio, così come Gesù la sente, nel più intimo del suo essere” (Eloi Leclerc, Il regno nascosto); esse “sono come una nascosta biografia interiore di Gesù, un ritratto della sua figura” (Benedetto XVI), non un “manifesto”, né una raffinata dottrina per spiriti eletti, e tanto meno un anestetico per spiriti depressi e rassegnati. Gesù le ha pronunciate per rivelare quella che è stata la sua personale esperienza, nella quale ha trovato gioia e felicità, e per offrirla come possibilità concreta a ogni uomo e a ogni donna.

Queste parole sgorgano dall’interiorità umana di Gesù, dai suoi sentimenti, dalle sue lacrime, dal suo modo di guardare la realtà e le persone. Gesù, “viste le folle” (Mt 5,1), dice Matteo. Il verbo “vedere” ha sempre una pregnanza particolare quando è attribuito a Gesù. “Viste le folle”, con gli occhi ancora pieni di quelle lacrime, di quelle mani tese e di quei volti sfigurati dalla malattia e dal dolore che invocano una salvezza che è più di una guarigione, Gesù sale sul monte e inizia a parlare. Davanti a quella sofferenza, facendosi carico di quella sofferenza, le beatitudini osano dar voce a un sentimento di gioia, quella che, pur tra le contraddizioni della vita, Gesù ha provato scoprendosi “Figlio amato” (cf. Mt 3,17), fin da quel giorno in cui, immerso nel Giordano e mescolato tra i peccatori, intuì che in quell’amore misericordioso ricevuto e ridonato stava il senso della sua vita di uomo, come di quella di tutti.

All’inizio e al cuore di tutte le Beatitudini c’è la beatitudine dei “poveri”. Essi sono detti “beati” non solo e non tanto perché poveri a livello materiale, ma perché la coscienza della propria povertà mette nei loro cuori l’attesa di una felicità che non possono procurarsi da sé, ma solo ricevere in dono da Dio. Per Gesù la povertà è l’atteggiamento che rende semplici e leggeri, cioè non “pieni” di ciò che si possiede (di qualunque “possesso” si tratti: beni, denaro, mezzi, cultura, successi…). È l’atteggiamento che rende capaci di decentramento, di affidamento, di attesa di Dio. Il povero è chi ha la coscienza di vivere come straniero e pellegrino (cf. Eb 11,13; 1Pt 2,11), non come un residente installato nella propria città, che sempre pretende tutto come scontato e dovuto. Il povero custodisce in sé un “vuoto”, una mancanza che lo mantiene aperto, a Dio e agli altri, impedendogli l’autosufficienza.

Tutti in realtà siamo così, mendicanti, e povertà vuol dire anzitutto aderire alla realtà della propria umana “nudità”, rinunciare a tutti quegli orpelli, a tutte quelle inutili quanto ridicole “foglie di fico” con cui fin da principio gli umani hanno sempre cercato di coprirla davanti a sé stessi, agli altri e a Dio (cf. Gen 3,10-11). La povertà di cui parla Gesù è in fondo la verità di ciascuno di noi, di ogni essere umano. Ilario di Poitiers commentando la prima beatitudine scrive molto opportunamente: “Il Signore dona il possesso del regno dei cieli … a quelli che si ricordano di essere uomini” (Commento a Matteo 4,2). Poveri perché umani, e beati perché consapevoli di essere amati da Dio così come sono.

Sapersi amati e sapere di poter amare, non dover dimostrare o difendere nient’altro, “mollando la presa” sulla propria vita, e quindi “facendo spazio” a Dio e al suo Spirito. Ecco ciò che può fondare ogni nostro impegno e cammino di vita cristiana. Esattamente qui sta il segreto della felicità di Gesù e della sua santità. Al suo seguito tutti i santi, confessandosi radicalmente “poveri” e facendosi forti della propria debolezza, hanno riconosciuto di non poter far nulla da sé stessi, e così il Padre, Dio, ha compiuto in loro le sue opere meravigliose (cf. Gv 14,10).

André Louf, in un testo dedicato al santo girovago Benedetto Labre, ne descrive l’ideale di vita, che ne fa un testimone della gioia evangelica, con queste parole: “Tutta la sua gioia è in Dio e nel suo volere sovrano. Senza alcun ritorno su di sé, egli si accontenta di lui e della sua grazia” fino a “non conservare di sé che l’impercettibile vuoto in cui trattenere l’unica presenza” (Uomini di Dio, Qiqajon 2020, pp. 158-159). Ecco il santo cristiano, ecco veramente una vita che segue le tracce del Signore Gesù.

Ma si tratta di un orizzonte verso cui tutti in qualche modo siamo chiamati, nella misura in cui desideriamo “entrare nella gioia del nostro Signore” (Mt 25,21). Del resto si tratta per tutti di una tensione continua, non di qualcosa che si possa dire di aver raggiunto stabilmente, una volta per tutte. E forse è proprio così, in questa prospettiva di dinamismo continuo, in questo restare continuamente tesi e “sospesi” al desiderio e all’invocazione di una Presenza continuamente ricercata, e mai totalmente posseduta, che sta la chiave del paradosso della santità e della gioia evangeliche.