A chi ha sarà dato

Foto di Casey Horner su Unsplash
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17 febbraio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 13,10-17 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 10si avvicinarono a Gesù i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!

16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».


Cinque volte, in questo breve testo evangelico, ricorre una preposizione greca, che è quasi sempre causale: “perché”. In realtà, la nostra traduzione ufficiale complica un po’ le cose, dal momento che usa il “perché” anche più del dovuto (in tutto, ben sette volte). 

Sgombriamo quindi il testo anzitutto da questo possibile inconveniente, concentrandoci sui veri perché. Quando Gesù cita Isaia: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete, perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile”, il greco non ricorre a una preposizione causale ma dimostrativa: “Infatti, il cuore di questo popolo è diventato insensibile”, registrando così un dato di fatto. Similmente, non dice: “Sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi e non ascoltino con gli orecchi”. Qui, sarebbe molto meglio usare una preposizione finale negativa: “affinché non”. 

Chiediamoci, dunque, anche noi come i primi discepoli: perché Gesù parla in parabole? Se Gesù parla in parabole, c’è un perché, anzi più di uno: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro (ad altri) non è dato”; e “perché (altri) guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”. Le cause vere e proprie, i veri “perché” sono questi due, che poi si chiariscono reciprocamente: il mistero del regno non è consegnato a tutti; quello che si verifica regolarmente è che non tutti lo capiscono. 

Gesù, in qualche modo, deve rassegnarsi di fronte a questa evidenza: la comprensione non è affare di tutti, non è questione di erudizione, di cultura, ma è un dono di intelligenza (occhi che vedono, orecchie che ascoltano, un cuore vigilante perché da esso dipende la vita) che viene fatto ad alcuni e non ad altri. Questa è forse un’ingiustizia? 

Sì, nel senso che il dono è gratuito e immeritato. No, perché anche questo risponde a una logica, che è chiarita dall’affermazione evangelica: “A chi ha sarà dato; a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. A prima vista, questo non è giusto: dare a chi ha già e rifiutare a chi invece non ha niente sarebbe iniquo. Quando il padrone di un’altra parabola ingiunge di togliere la moneta d’oro a chi ne ha ricevuta una sola e di darla a chi ne ha di più, lo stesso Vangelo registra una protesta indignata: “Signore, ne ha già dieci!” (Lc 19,25). 

Questo può quindi apparire un ragionamento capitalistico da strozzini. Ma la logica evangelica, ovviamente, non è questa. La logica evangelica instaura un circolo virtuoso, una giusta reciprocità: se uno fa un passo verso l’altro, è più facile che anche l’altro gli venga incontro. Così è anche tra uomo e Dio. Gesù utilizza una norma economica per indicare la logica del regno: i suoi misteri si aprono a noi, nella misura che anche noi ci apriamo ad essi.

Sinteticamente, potremmo parafrasare: “A chi dà sarà dato; a chi non dà sarà tolto”. Per entrare nella logica del regno, si devono quindi attivare due volontà: la benevolenza del Signore è per chi a sua volta è benevolo verso gli altri. Come si recitava una volta il Gloria, non del tutto a sproposito: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

fratel Alberto


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