Solitudine

Olio su tela , Basilea 1957
GUDO CADORIN, Solitudine
Le parole della spiritualità
di ENZO BIANCHI
La solitudine, certamente temibile perché ci ricorda la solitudine radicale della morte, è sempre solitudo pluralis, è spazio di unificazione del proprio cuore e di comunione con gli altri

La solitudine è un elemento antropologico costitutivo: l'uomo nasce solo e muore solo. Egli è certamente un "essere sociale'', fatto "per la relazione'', ma l'esperienza mostra che soltanto chi sa vivere solo sa anche vivere pienamente le relazioni. Di più: la relazione, per essere tale e non cadere nella fusione o nell'assorbimento, implica la solitudine. Solo chi non teme di scendere nella propria interiorità sa anche affrontare l'incontro con l'alterità. Ed è significativo che molti dei disagi e delle malattie "moderne'', che riguardano la soggettività, arrivino anche a inficiare la qualità della vita relazionale: p. es., l'incapacità di interiorizzazione, di abitare la propria vita interiore, diviene anche incapacità di creare e vivere relazioni solide, profonde e durature con gli altri. Certo, non ogni solitudine è positiva: vi sono forme di fuga dagli altri che sono patologiche, vi è soprattutto quella "cattiva solitudine'' che è l'isolamento, il quale implica la chiusura agli altri, il rigetto del desiderio degli altri, la paura dell'alterità. Ma tra isolamento, chiusura, mutismo, da un lato, e bisogno della presenza fisica degli altri, dissipazione nel continuo parlare, attivismo smodato, dall'altro, la solitudine è equilibrio e armonia, forza e saldezza. Chi assume la solitudine è colui che mostra il coraggio di guardare in faccia se stesso, di riconoscere e accettare come proprio compito quello di "divenire se stesso''; è l'uomo umile che vede nella propria unicità il compito che lui e solo lui può realizzare.