Spiridon e i semi della santa follia

Avvenire, 14 febbraio 2009
di LUCA MIELE
In un'unica esistenza può concentrarsi a volte una trama così fitta di eventi da far sì che in quell'esistenza si rifletta, come in uno specchio, la Storia

Avvenire, 14 febbraio 2009
di LUCA MIELE


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SIMONA MERLO
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In un'unica esistenza può concentrarsi a volte una trama così fitta di eventi da far sì che in quell'esistenza si rifletta, come in uno specchio, la Storia. Se poi questa esistenza si è dispiegata tutta sotto il segno dell'amore per Dio e la passione per gli ultimi, nell'urgenza chenotica e nella spinta alla condivisione, allora essa acquista uno straordinario valore testimoniale. La vita dell'archimandrita Spiridon, vissuto tra il 1875 e il 1930, è senza dubbio una di queste esistenze. Nel suo itinerario puntualmente ricostruito da Simona Merlo si intrecciano la spiritualità russa in tutta la sua ricchezza, la liturgia ortodossa e il suo essere «cielo sulla terra», le convulsioni della Chiesa di Kiev e la persecuzione di cui essa fu vittima da parte del potere sovietico.

La vita di Spiridon si svolse tutta sotto il segno di un'inesausta ricerca. Fu pellegrino, a Costantinopoli e poi sul monte Athos. Cappellano militare, senza peraltro mai indugiare nel nazionalismo che contagiava alcuni settori della Chiesa ucraina. Missionario in Siberia, dove si mise al servizio degli ultimi. Animatore della fraternità del Dolcissimo Gesù, all'interno della quale sperimentò in profondità la vita comunitaria. Tutte stagioni accomunate da un unico disegno: l'adesione al Vangelo, vissuta scrive Simona Merlo in maniera «iperbolica», come si deve a un «folle di Dio», all'insegna di un radicalismo che non ammetteva «sfumature, né mezze misure». Così come senza misura sono le contraddizioni di un'anima in «costante oscillazione tra fiducia assoluta in Dio e sensazione di essere abbandonati, tra slancio mistico e disperazione, tra gioia per la propria identità e disorientamento esistenziale». Una radicalità che si sperimentò innanzitutto nell'accogliere il Vangelo e che in qualche modo Spiridon ereditava dall'esperienza della «santa follia», un'antica tradizione della Chiesa «risalente al primo millennio»: il Vangelo lo testimonia la sua esistenza o lo si vive interamente, abbandonandosi alla Parola, o non lo si vive affatto. Solo dentro questa intima adesione, la pratica religiosa e i dogmi che la strutturano trovano pienamente senso. Un innamoramento, quello di Spiridon, che riconosceva nel Discorso della montagna il centro del messaggio evangelico. «Senza di esso - annotava - i dogmi cristiani non sono altro che concetti umani aridi e astratti». Aggiunge Simona Merlo: «Soltanto se compresi all'interno del Discorso della montagna i dogmi ricevono "carne e sangue" e acquistano significato nella pratica della fede cristiana».

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