I prodigi del silenzio, ombre e luci di chi tace

© 2010 Edizioni Qiqajon
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darsipace.it, 5 maggio 2011
di MASSIMO CEROFOLINI
Il silenzio è un modo diverso di comunicare e, più in profondità, un modo diverso di essere. E di vivere”. Così scrive Sabino Chialà, monaco della comunità di Bose, nel suo prezioso saggio “{link_prodotto:id=958}, ombre e luci del tacere”

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darsipace.it, 5 maggio 2011
di MASSIMO CEROFOLINI

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SABINO CHIALÀ
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“Il prodigio del silenzio è giungere a parlare tacendo, a essere espressivi senza usare le parole, ad avere una vita silenziosamente eloquente. Il silenzio è un modo diverso di comunicare e, più in profondità, un modo diverso di essere. E di vivere”. Così scrive Sabino Chialà, monaco della comunità di Bose, nel suo prezioso saggio “{link_prodotto:id=958}, ombre e luci del tacere” (p. 82, edizioni Qiqajon, 8 euro). Prezioso perché non è l’inno al silenzio scritto per religiosi abituati alla pratica, ma una mappa del sottile paesaggio interiore che si apre a chiunque nel momento in cui si rinuncia a parlare.

Una mappa necessaria, quella descritta, per la natura ambigua, parziale, e insieme irrinunciabile del silenzio. Da una parte il silenzio è un’esigenza vitale dell’essere umano: basta pensare al sonno che segue la veglia, o all’importanza delle pause nella poesia, nella musica, nell’arte in genere, dove il silenzio è ritmo e spazio che consente un significato. Dall’altra però, se uno osserva le cose con attenzione, non c’è un solo genere di silenzio. Esistono infatti infinite sfumature del tacere. Alcune generatrici di vita, altre foriere di morte. “C’è silenzio e silenzio – scrive Chialà – anche se esteriormente l’atteggiamento non cambia”. Accanto al silenzio vivificante, cristico, può così prendere forma un silenzio egoico, malato. E non è facile distinguerli, se non si hanno gli strumenti giusti.

Ecco allora che Chialà sagoma le quattro famiglie del “cattivo silenzio”, quello da combattere. La prima è il mutismo, ossia il tacere che non è abitato da alcuna comunicazione o peggio che comunica rifiuto dell’altro e di ogni relazione con lui: un silenzio vuoto, che non conserva la forza della parola, ma la umilia. C’è poi il silenzio che nasconde giudizio, disprezzo per l’altro, tipico dell’uomo religioso: “Alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio”, scrive Elias Canetti. Terzo tipo, il silenzio come autoillusione, luogo di riparo in cui non lasciamo entrare nessuno: si tace rimuginando le proprie capacità e ci si compiace di se stessi. Infine, c’è il silenzio che degenera in angoscia: il fossato scavato per proteggerci dagli altri diventa l’ostacolo che impedisce l’uscita, il luogo gelido dove l’anima ghiaccia.

A queste quattro immagini distorte del tacere, se ne oppongono altrettante che bisogna invece coltivare. La prima è il silenzio come altro modo del dire, quello che custodisce e dà spessore alla parola, un’occasione per interiorizzare e amare la parola detta: “Parla solo se hai da dire qualcosa che valga più del silenzio”, diceva Gregorio di Nazianzo. La seconda è il silenzio come fertilizzante della compassione, come spazio per raccogliere le forze necessarie ad amare: un silenzio avido di incontro, che sa custodire l’altro, nella libertà, anche quando l’altro è lontano. C’è poi un silenzio come sguardo umile su se stessi, in cui si tace per zittire le voci su di sé, false o prossime al vero che siano, per far silenziosamente emergere la propria verità: tacere di se stessi diventa così un cammino di conoscenza di sé. E infine c’è il più potente dei silenzi, quello che porta alla pacificazione del cuore: un deporre le armi, rinunciando a tenere vivi torti subiti, ragioni accumulate e punti di vista assoluti. È il silenzio come luogo in cui si cede: da qui nascerà la serenità di chi non ha paura, “perché non ha più nulla da perdere né da difendere”.

Il saggio chiude con alcuni consigli pratici per inseguire il silenzio: esercizi di ascesi, di lotta contro la paura del vuoto, di interiorizzazione. Ma alla fine più che un agire la conquista del silenzio buono è un lasciare agire. È aprirsi all’eterno soffio dello Spirito: “Il vero silenzio – conclude Chialà – non lo si conquista ma lo si riceve”. Come dice Bernanos, non siamo noi che custodiamo il silenzio, ma lui che custodisce noi.

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