Al di là della banalità del bello

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Il Sole 24 ORE, 10 luglio 2011
di GIANFRANCO RAVASI
È in questa prospettiva che si muove il testo di un monaco di quella Santa Montagna che è l'Athos, Basilio di lviron
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Devo confessare che ormai mi infastidisce il sentir ripetere a mo' di antifona la frase «La bellezza salverà il mondo»: è uno stereotipo vacuo se non si connette a un pensiero più ampio e alto, lo stesso appunto che era all'interno di quella grandiosa opera che è L'idiota di Dostoevskij (parte III, cap. V) da cui l'assioma è desunto. Sì, perché il principe Myskin che lo proclama lo intesse con l'ascesa verso lo zenit del mistero, con la discesa nel nadir del male, con la purezza della fede, con l'ardire dell'amore. Siamo, quindi, lontani da una generica fruizione estetica o da una retorica esaltazione di un'armonia psichica. Come scriveva Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli artisti (1999), «la bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente », e solo così redime dalla «vita banale» (per usare la nota formula kierkegaardiana) e dalla depressione della colpa.

È in questa prospettiva che si muove il testo di un monaco di quella Santa Montagna che è l'Athos, Basilio di lviron, ed è per questo che gli concediamo la legittimità di intitolare il suo saggio proprio con l'asserto {link_prodotto:id=972}. Con un linguaggio ibridato di evocazioni bibliche e della tradizione monastica, con un procedimento mentale a ramificazione secondo i canoni dello stile orientale, con la trasparenza di una teologia che veleggia nella contemplazione, ma lambisce anche la terra della morale, Basilio scatta l'ovvietà della bellezza fenomenica ('bello a vedersi" è anche il frutto dell'Eden) per intrecciare bellezza - bontà - amore - verità. Folgorante è un passo dei Nomi divini di Dionigi l'Areopagita, autore geniale e misterioso del V-VI secolo, che su una base filologica non saprei quanto fondata ma suggestiva dichiara: «Il bene è bello e bellezza ma anche amore e amato. Esso chiama (kaléo) a sé tutte le cose, donde appunto si dice bellezza (kalós/kállos).

È un po' anche per questa tensione "sim-bolica" unitaria che la liturgia delle Chiese orientali reca una livrea di splendore, di gloria, di numen, cioè di mistero invisibile' e di lumen, ossia di bellezza visibile. È, però, un occidentale, anzi, un cattedratico dell'università cattolica di Lille, Paul Christophe, a illustrare {link_prodotto:id=961} all'interno del rito. Fa impressione sempre al turista superficiale l'approdo al Muro del Pianto del tempio gerosolimitano, davanti alla folla dei corpi in agitazione degli oranti ebrei. In realtà, quella è una metafora vivente della totalità armonica della preghiera: il fedele parla a Dio non solo con la voce, ma anche con tutte le articolazioni, le nervature, gli organi e la complessità del suo corpo, strumento supremo di comunicazione.

È per questo che Christophe fa scorrere davanti a noi la lode "somatica" che nella liturgia cristiana l'orante eleva al suo Dio, stando in piedi, tendendo braccia e mani, segnandosi con la croce, scambiandosi il bacio, giungendo o imponendo le mani, inginocchiandosi, battendosi il petto' prostrandosi e fin sedendosi (sì, anche questo atto ha un significato che travalica la mera quiete del riposo). [ ... ]

GIANFRANCO RAVASI

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