Il fuoco del mite, che forgia il mondo ma non si accende


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Avvenire, 30 novembre 2012
di Luca Miele
Ma chi è veramente il mite? A chi è apparentata la sua figura? La sua personalità lo sottrae o lo immette nel flusso della storia, lo spinge o lo ritrae dall'ambito della politeia?

 

  Avvenire, 30 novembre 2012
di Luca Miele

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BARBARA SPINELLI
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Qiqajon, 2012

 

È una virtù sempre più inattuale. In un tempo che ama celebrare la prepotenza, premiare la spregiudicatezza, promuovere la volgarità tronfia, la mitezza sembra essere la virtù "gentile" e sobria più esposta al rischio di dissolvenza.

Ma chi è veramente il mite? A chi è apparentata la sua figura? La sua personalità lo sottrae o lo immette nel flusso della storia, lo spinge o lo ritrae dall'ambito della politeia? E, infine, quali sono le sue qualità? Barbara Spinelli traccia un anatomia della mitezza, attraverso un percorso fitto di rimandi al testo biblico, alle parole della grande letteratura, all’elzeviro di chi, come Norberto Bobbio, ha steso in passato l'elogio della mitezza. Se è vero, come o scritto Karl Löwith, che degni di ammirazione sono «la forza, la sopportazione e la perseveranza con cui l'umanità si risolleva da tutte le perdite, le distruzioni e le ferite», si può cogliere tutta la portata di questa virtù proprio nel suo costituirsi come «forza, sopportazione e perseveranza». «Il mite - scrive Barbara Spinelli - è il contrario del prepotente: non urla, non impugna coltelli, non ricorre al sostegno di bravi o mafiosi, non fa propaganda alla televisione, non ostenta la mitezza quasi indossasse una maschera dietro cui sta, in appostamento, il ghigno della sopraffazione». Il mite non è neanche il mansueto.

La sua qualità non è definita dalla rinuncia alla lotta, dall'abdicazione del coraggio, dall'indifferenza di fronte alle storture del reale. Il mite è «attivo, prima e dopo la prova, e se la sua condotta non è aggressiva, non accetta il male quotidiano, ma vi oppone un'energia di natura diversa, ma egualmente intensa: una forza concentrata, riluttante all'aggressione, ma non priva di ribellione». Ma il mite è anche lontano da chi è acceso e poi abbandonato da subitanei furori: se il mite «scansa il rumore, l'asprezza della disputa, i tumulti egoisti o di gruppo è perché vuol neutralizzare il livore fecondo, la rivolta effimera che vede profilarsi all'orizzonte e spegnersi inane». Insomma il mite confida nel momento opportuno, nel kairos che giustifica l'attesa e premia l'azione.

Ma se questo è il profilo del mite, chi è l’exemplum che meglio lo incarna? È Cristo, posseduto, scrive Spinelli, da una «intranquilla mitezza». Un episodio su tutti: appena dodicenne Gesù abbandona i genitori per restare a Gerusalemme in occasione della Pasqua e non risparmia a suo padre e sua madre l'angoscia di non sapere dove sia quel figlio mite. « È con i familiari che il Cristo è più duro». Analizzando le parole di Gesù, «sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso», l'autrice conclude: «C'è nel mite la rinuncia al fuoco, ma l'ispirazione a incendiare non gli è affatto estranea».

 LUCA MIELE

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BARBARA SPINELLI
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Qiqajon, 2012