Il «Cantico» della bellezza, da Salomone alla Kristeva


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Avvenire, 13 aprile 2013
di BIANCA GARAVELLI
Quello che viene cantato in questi versi dunque è un sentimento totalizzante, un amore che convoglia le energie e le esalta attraverso l'apprezzamento assoluto della persona amata, un desiderio di appartenenza che è «una vampata di passione, di fuoco, una fiamma divina»

Avvenire, 13 aprile 2013
di BIANCA GARAVELLI

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    Alzati amica mia, alzati, / mia bella, va' verso te stessa»: è l'esortazione del personaggio maschile alla sua amata in uno dei più famosi libri della Bibbia, il Cantico dei cantici, nell'ambito di un'esaltazione festosa della rinascita di primavera. La bellezza stessa e incarnata dalla donna, che viene omaggiata con i più delicati e insieme appassionati appellativi amorosi: «colomba, cavalla del cocchio del faraone, bella come la luna, splendente come il sole, temibile come una cometa».

E il personaggio femminile non è da meno, esprime totalmente la sua passione verso l'uomo che ama senza condizioni, attribuendogli le qualità delle più pregiate spezie e dei più fini oggetti ornamentali: «nardo e zafferano» e se lei è un «fiore di loto» il suo amato è un «pastore tra i fiori di loto». Quello che viene cantato in questi versi dunque è un sentimento totalizzante, un amore che convoglia le energie e le esalta attraverso l'apprezzamento assoluto della persona amata, un desiderio di appartenenza che è «una vampata di passione, di fuoco, una fiamma divina». Proprio una così potente carica positiva e riportata in primo piano in questo libro da Enzo Bianchi, che curandolo e traducendolo con la collaborazione della monaca di Bose (di cui Bianchi e priore) lisa Cremaschi, ritiene saggiamente che possa «ispirare quanti vivono vicende o storie d'amore».

E pensare che l'autore del Cantico e, secondo la più arnica tradizione, Salomone, il re che ha la «pace» e la «pienezza della vita» nel nome, e che aveva avuto, per testimonianza dello stesso biblico Primo Libro dei Re, settecento principesse come moglie trecento concubine. Forse anche ricordando questo dato i più antichi interpreti del Cantico, sia ebrei sia cristiani, lo lessero come un poema dal significato mistico, in cui l'amore vissuto da due soli protagonisti, un Lui e una Lei, che dichiarano di appartenersi in modo esclusivo, e in realtà la celebrazione del legame fra Cristo e la comunità dei fedeli. Fra i primi ad aprire questa linea di commenti di impronta religiosa e Origene, che nel secondo secolo vede appunto la figura di Cristo nello sposo e interpreta il dialogo fra i due innamorati come una forma altissima di preghiera, che raggiunge 1'apice della comunicazione fra umano e divino attraverso il linguaggio amoroso. Di simile natura sono i commenti di Ambrogio, Gregorio Magno, Bernardo di Chiaravalle, Giovanni della Croce, Teresa d'Avila e via continuando per tutta la tradizione monastica dell'Occidente cristiano. II libro ci mostra i più preziosi interventi dei commentatori di tutti i tempi, arrivando fino ai giorni nostri, con le voci di Umberto Eco, Christos Yannaras e Julia Kristeva.

Ma nel ventesimo secolo c'è un vero e proprio rovesciamento di prospettiva: nel poema di Salomone viene celebrate l'amore tra due persone, la gioia dell'incontro fisico. Un nuovo punto di vista che pero lascia intatto il valore sacro del testo, perché in un amore umano cosi assoluto brilla in filigrana quello divino. Memorabile il commento di Giovanni Paolo II: «Le parole d'amore di entrambi si concentrano sul corpo, sorgente del reciproco fascino, che nell'interiore impulso del cuore genera l'amore». Mentre Gianfranco Ravasi esalta l'assenza di ipocrisia con cui nei versi si vive la corporeità, «non "desiderata" ma amata, frutto non del sesso ma dell'amore».

  BIANCA GARAVELLI

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