Ridere scuola di vita

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Avvenire, 10 novembre 2013
di ALEXANDRE JOLLIEN
Il riso non è mai contro l’altro. Lavora per la vita. È anche un segno che la vita guadagna terreno.

Avvenire, 10 novembre 2013
di ALEXANDRE JOLLIEN

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ALEXANDRE JOLLIEN
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«Le ansie e le paure, le derisioni e le sconfitte, le contraddizioni e gli ostacoli diventano occasioni di insegnamento, di apprendistato della serenità a caro prezzo». Così Guido Dotti, monaco di Bose, introduce il terzo libro (tradotto in italiano da Qiqajon) di Alexandre Jollien (nella foto a fianco): giovane autore cerebroleso che la stessa comunità piemontese ha fatto conoscere per prima nel nostro Paese. Dopo «Elogio della debolezza» e «Il mestiere di uomo», ecco dunque «Abbandonarsi alla vita» (pp. 98, euro 12), da cui riprendiamo in questa pagina un capitolo. Come sempre per Jollien si tratta di meditazioni dedotte dalla filosofia classica, dalla pratica zen, dai testi evangelici, soprattutto da una «scuola di vita» che – dalla nascita con l’handicap ai 17 anni trascorsi in istituto – gli ha insegnato ad affrontare gli eventi, anche quelli ineluttabili, indirizzandoli in senso positivo. Aderire alla realtà, sì, ma per trasfigurarla.

Il riso può diventare uno strumento di libertà. Mi rincresce che la spiritualità e la filosofia diffidino di lui. È questa per lo meno l’opinione di alcuni autori, che non va generalizzata. Da parte mia, ne ho diffidato molto. Nella mia giovinezza, il riso si presentava in due modalità: la prima erano le risate scatenate dal mio corpo. Ovunque passassi, avevo l’impressione di dovermi nascondere per non suscitare quel riso che mi negava e che ha rischiato, diciamolo chiaramente, di massacrarmi. L’altra modalità era il riso di facciata. Per essere accettato nella scuola ufficiale, ho spesso fatto il pagliaccio per sdrammatizzare, ho giocato la carta di un briciolo di humour per rompere il ghiaccio. Sempre più mi accorgo che lo humour può sgorgare dal profondo, dalla natura di Buddha. Questo riso non cerco di alimentarlo, perché non c’è nulla di più triste e di più spiacevole di qualcuno che cerca di essere buffo. In generale, è tragico.