Porre il cuore davanti al vangelo

Beato Angelico, Scene e storie dei padri del deserto, particolare.
Beato Angelico, Scene e storie dei padri del deserto, particolare.

Fratelli, sorelle,
parlando della vocazione monastica, la nostra Regola dice:

“Tu sei stato chiamato a seguire Cristo nella vita comune e nel celibato: vivrai dunque nella fede, nella carità, nella speranza, nella preghiera, nel servizio, come i tuoi fratelli cristiani ma anche nel celibato, nella vita comune, nella solitudine, nell’assiduità con Dio come a te in particolare Cristo ha chiesto” (RBo 7).

Tra gli elementi strutturanti la vita monastica vi è la solitudine. Se nel passo citato celibato e solitudine appaiono due dimensioni distinte, in seguito la Regola parla sempre della solitudine del celibato. Ma la solitudine del celibato è sostenuta e, al contempo, rende possibile e favorisce, la vita di solitudine in cella. Vita in cella non coincide con il fatto di avere una stanza dove ciascuno di noi abita da solo. Questa solitudine materiale può essere totalmente inutile e sprecata. E noi la possiamo evitare e fuggire in mille modi. Anche la cella può essere luogo in cui fuggiamo da noi stessi. E la fuggiamo perché è faticosa e difficile: la cella è infatti pedagogia alla vita interiore. Ci guida verso l’interiorità, cioè verso l’integrazione personale, corpo, mente e spirito, e dunque aiuta la nostra unificazione.

E come ci guida? Anzitutto, rendendoci consapevoli dei nostri pensieri, portandoci, attraverso il silenzio e l’ascoltarsi, a sapere ciò che abita il nostro cuore. Questo momento comprende anche lo stare fermi, il non muoversi, e questo ci aiuta ad abitare il nostro corpo per poterci rendere presenti a esso, sentirlo e ascoltarlo. Quindi si tratta di mettere davanti al vangelo ciò che emerge dal nostro cuore. Perché solo così ci si apre a un processo di mutamento e di trasformazione.

La solitudine diventa così uno stare soli davanti al Signore, davanti alla sua parola che illumina e orienta la nostra coscienza e ci guida verso l’integrità. Sì, come insegnano i padri, nella cella spesso si tratta soltanto di starci, di rimanervi, ed essa insegna: ci insegna e ci forma con la fatica e la lotta che facciamo con noi stessi. E se riusciamo a vincere le tentazioni di fuggire la solitudine, ne scopriremo la dolcezza, la ricchezza, la potenza.

Perciò, fratelli, sorelle, siamo sobri e vigilanti, perché il nostro Avversario, il Divisore, come leone ruggente si aggira cercando una preda da divorare. Resistiamogli saldi nella fede e tu, Signore, abbi pietà di noi.

fratel Luciano